• L’abecedario

    Nonostante i suoi tentativi di emancipazione, ripetutamente dichiarati, l’Europa rimane compressa fra America e Russia. Interdetta oggi fra l’America di Trump e la Russia di Putin che, entrambe, le voltano le spalle. Con la necessità che ne consegue, diventata impellente, di ricomporre un proprio abecedario politico. Di ritrovare, in altre parole, la propria identità politica, nel concorso solidale di quelle nazioni che dispongano ancora di sufficienti energie ideali per riappropriarsi di quel ruolo di artefice della Storia che per secoli ha distinto il nostro continente prima che, apparentemente esausto, decidesse di rinunciarvi.

    Un tale sussulto non deve corrispondere alla sola esigenza di salvare sé stessa, ma soprattutto al compito di contribuire più decisamente alla ricomposizione di un qualche organico sistema dei rapporti internazionali. Scongiurando il diffondersi dei tanti ‘sovranismi’ e democrazie ‘illiberali’ che ne hanno lacerato la trama, esponendo un mondo confusamente etichettato come post-moderno, post-ideologico, persino post-secolare.

    La regressione ai più primordiali istinti, alla quale stiamo assistendo, va attribuita al venir meno di quella difficile quadratura del cerchio fra sicurezza e libertà, fra prosperità e protezione sociale, che l’Occidente riteneva di avere risolto. La globalizzazione degli spazi di coabitazione, propiziato dallo stesso Occidente, ha invece prodotto un disorientamento che ha inceppato i meccanismi delle democrazie liberali, aprendo spazi a quelle ‘illiberali’ alla Orban, ‘sovrane’ alla Putin, ‘autoritarie’ alla Xi. In un ritorno ad anacronistici rapporti di forza, nell’apparente inanità del ‘soft-power’, il solo realmente in grado affrontare le sopravvenute condizioni di globalizzazione. Il solo di cui disponga l’Europa. Che deve pertanto riuscire a farne valere le ragioni.

    La fine degli schieramenti contrapposti, ben delimitati anche concettualmente, con i loro argini e riflessi automatici, l’eclissi delle grandi potenze, la crisi della gestione delle crisi, il determinarsi di pulsioni eterogenee, la comparsa di vuoti strategici, hanno determinato l’apparente incapacità di pianificare, di inventare, la stessa facoltà di ragionare. Esponendo le democrazie più fragili, come la nostra.

    Come dimostrano le disordinate affermazioni dei nostri nuovi governanti, e degli stessi commentatori politici. Un vice Primo ministro sostiene che “non mi pare vi siano aggressioni della Russia all’Italia o all’UE”; Vice Ministro degli esteri è diventato un deputato distintosi come autore di una mozione parlamentare che giudicava “esaurite le motivazioni dell’adesione italiana alla NATO”; l’ennesimo volume su Putin argomenta che egli “non ha mai preteso di fare la Storia, solo di  gestire i problemi che essa crea”; un ex Ambasciatore alla NATO e a Mosca afferma che “con la firma del Patto atlantico, la creazione di una organizzazione militare e la sua estensione, dopo il crollo dell’Urss, ai suoi satelliti, l’America si è installata militarmente nel territorio dei suoi alleati e usa l’alleanza per condizionare i suoi rapporti con la Russia”. C’è da trasecolare! La nostra storia post-bellica stravolta, i nostri punti di riferimento stracciati.

    Come se non bastasse, ogni occasione è buona per denigrare grossolanamente Francia e Germania, ai quali è appeso il futuro del nostro continente, invece di articolare adeguatamente le nostre buone ragioni. Esasperando la nostra confusione mentale, nella palese indifferenza alle cose di questo mondo. Frutto della cronica ignoranza di un interesse nazionale troppo a lungo trascurato, che andiamo invece genericamente sbandierando.

    Da noi più cha altrove, appunto, bisogna tornare a sfogliare l’abecedario.