• Le illusioni della diplomazia personale

    Dieci anni fa, al termine dell’era Bush figlio, il diplomatico americano Chester Crocker sosteneva che “coinvolgimento non costituisce normalizzazione; il suo scopo non è di migliorare i rapporti reciproci, non si identifica con la distensione, il riavvicinamento o l’appeasement, Il suo scopo è di modificare nella controparte la percezione dei suoi interessi e delle opzioni realisticamente disponibili, affinché cambi la sua politica e il suo comportamento. E’ un processo, non una destinazione, rivolto a sondare le intenzioni della controparte, la sua disponibilità a cambiare direzione. In tal senso, mette la palla nel campo altrui”.

    L’incontro di Singapore fra la ‘strana coppia’ della politica internazionale avrebbe dovuto corrispondere a tali indicazioni. Le rispettive intenzioni invece non collimano: il documento sbandierato registra genericamente l’intenzione di procedere alla ‘completa denuclearizzazione’ dell’intera penisola coreana, il che implica il ritiro della protezione americana al sud, in cambio di ‘garanzie di sicurezza’ americane, che non si capisce quindi in che cosa di più dovrebbero consistere. Nulla si dice delle verifiche (antico problema), né dell’alleggerimento delle sanzioni, che ne dovrebbero comunque conseguire).

    Il Presidente americano ne ha tratto motivo di personale orgoglio, senza rendersi conto di aver ancora una volta messo il carro della sua presunzione davanti ai buoi della diplomazia, che dovrà ora darsi subito da fare senza disporre di alcun preciso reciproco impegno. Le strategie del mondo degli affari, alle quali l’occupante della Casa Bianca continua ostinatamente ad attenersi, non sono quelle che regolano l’andamento della politica estera.

    Trump ostenterà di aver piegato il suo giovane interlocutore al suo strapotere. Ma chi ne tiene i fili sono a Pechino e a Mosca (simbolicamente, tanto per cominciare, Kim è arrivato e partito sulle ali della compagnia di bandiera cinese). E’ il dittatore nord-coreano, certo non l’irruento presidente americano, ad aver vinto questa prima partita, ottenendo la tanto ambita legittimazione del suo regime.

    La sceneggiata di Singapore andrà peraltro a beneficio dei maggiori antagonisti, cinese e russo, dell’America. A scapito degli stessi suoi alleati regionali, in prima linea la Corea del Sud e il Giappone, che della partita finiscono per essere succubi invece che, come dovrebbero, co-protagonisti. Seul per consolidare la coabitazione nella penisola, Tokyo per liberarsi dal ricatto missilistico di Pyongyang.

    C’è chi, nel tentativo di razionalizzare la cosa, ipotizza che la ‘grande strategia’ implicita nel disordinato comportamento di Trump consista nel disfarsi dei legami esterni per ricostruire il mondo attorno ai tre grandi poli americano, cinese e russo. Ma un’America che si privi dei partner con i quali ha condiviso il cammino postbellico, più che affermare un unilateralismo assertivo, si troverebbe rinchiusa in uno sterile isolazionismo. A tutto vantaggio dei suoi antagonisti.

    A danno dell’Europa e dell’intero Occidente, che si troverebbero a dover rinunciare definitivamente alla loro secolare presunzione di poter muovere la ruota della Storia. Con conseguenze incalcolabili per tutti.

    Pereat mundus? Sine justitia!