• L’eterna astratta italica medietà

    Una volta il G7, luogo di periodici incontri fra i massimi esponenti delle principali economie capitaliste, esteso poi alla formulazione congiunta delle sottostanti direttrici politiche, rappresentava  l’Occidente. La sua trasformazione in G8, con l’inclusione, su iniziativa italiana, della Russia, era destinata ad incoraggiarne l’evoluzione in senso collaborativo.

    La defezione, non inattesa, di Trump potrebbe contribuire a trasformarne lo scopo. Di G6 si dovrebbe ormai trattare, nel mantenere l’operante solidarietà fra quattro europei, il Canada e il Giappone (‘occidentale ad honorem’), quale estremo ridotto dei valori morali e politici ai quali rimanere fedeli, nell’auspicabile ricomposizione di un qualche, più organico, sistema dei rapporti internazionali.

    Una prospettiva tutt’altro che acquisita, per la necessità che Ottawa si ‘smarchi’ dal comportamento di Washington, che anche Tokyo si riappropri di una sua autonomia strategica (al cospetto delle possibili conseguenze dell’ancor confusa situazione coreana), e che l’Unione europea ritrovi quel nucleo duro che i suoi fondatori avevano costituito in un momento storico altrettanto critico.

    L’Italia invece ancora una volta annaspa, con l’aggravante di un governo incerto nella composizione politica e pertanto nel suo programma operativo. Con l’apparente unica certezza, non più, pare, di voler uscire dall’euro, ma di abolire le sanzioni alla Russia, asseritamente inutili e controproducenti. E sì che il Professore di giurisprudenza assurto a Palazzo Chigi dovrebbe intendersene di violazioni del diritto internazionale (in Ucraina, in Crimea, in Siria).

    Presentandosi per la prima volta in empireo internazionale, gettandosi subito nella parte più profonda della piscina nella quale dovrà imparare a nuotare, non soltanto a galleggiare, il nostro intrepido Presidente del Consiglio si è detto in proposito d’accordo con il collega americano, piuttosto che tenersene alla larga seguendo la ferma impostazione del francese e della tedesca. In una curiosa, anacronistica, riedizione di quell’italico istinto che, in questo dopoguerra, ha sempre cercato oltre-atlantico un contrappeso ogni qualvolta incontriamo delle difficoltà in Europa.

    Presentandoci questa volta goffamente come mediatori con la Russia, rischiamo di trovarci invece abbandonati in alto mare, poco eroicamente, in una nostra improvvisata scialuppa, priva peraltro di remi.

    Che vi sia molto da riformare, a livello nazionale e internazionale, lo sappiamo tutti. Ma non possiamo farlo se non troviamo un comune accordo. Fra di noi, prima di proporci agli altri che, a differenza dell’Unione europea, perseguono percorsi unilaterali invece che collaborativi.

    Fare entrare la Russia in un G8 ricostituito e nel rapporto euro-atlantico, proprio nel momento in cui l’America se ne sta discostando, è un evidente controsenso. Soltanto un’Europa coesa, almeno nei suoi interlocutori essenziali, fra i quali non può non figurare l’Italia, può tentare di rimediare all’attuale stato di generale confusione.