• Esse est percipi

    Lo diceva George Berkeley nel Settecento; lo diceva anche il nostro Pirandello: l’apparenza è sostanza. Se soltanto avessimo di tanto in tanto il coraggio di guardare la nostra immagine riflessa, non ci indigneremmo di come ci vedono e ci raffigurano gli altri.

    Accusare Bruxelles, Berlino, persino Parigi di volerci imporre le loro condizioni, significa fra l’altro non renderci conto che al giorno d’oggi, nel bene e nel male, i ‘poteri forti’ sono quelli di un mercato finanziario e mediatico globalizzato, transnazionale, in aperta concorrenza con qualsiasi ‘social’ nazionale. Soltanto agli elettori ingenui, o ai politici in malafede, può apparire nobile la lotta di Don Chisciotte contro i mulini, che dalla forza del vento, non dalla volontà del mugnaio, dipendono.

    I toni del dibattito pubblico hanno troppo a lungo sfiorato la sovversione. Il ‘vaffa’ e il ’secessionismo’ leghista, d’altronde, altro non si proponevano. I toni sguaiati sono peraltro stati folkloristici, da bar, da ‘talk-show’ televisivo. Dei quali all’estero si è da tempo preso nota con preoccupazione.

    I no-global, sovranisti, nazionalisti, non hanno ancora preso le misure delle mutate circostanze odierne. ‘Piove, governo ladro’ è un’antica nostra interiezione, tipica di un popolo eternamente adolescente, ignaro, ‘bamboccione’, irresponsabile, troppo a lungo cullato, narcotizzato da uno Stato improvvidamente provvidente. Gli altri continuano pazientemente ad attendere che l’Italia dia finalmente prova di maturità. E’ dal cinese Xi, non da Putin, Erdogan o Trump, che dovremmo andare a lezione.

    Che l’uscita dall’euro figurasse, esplicitamente o meno, nel contratto di governo pentaleghista è irrilevante, nella misura in cui il solo fatto che se ne discuta fa lievitare il nostro ‘spread’. Il fatto che quest’ultimo sia commisurato ai rendimenti tedeschi non può autorizzarci ad inveire contro Berlino. In gioco è ancora e sempre la credibilità esterna di una nazione che si vanta di essere stata promotrice dell’integrazione europea che oggi sguaiatamente contesta, senza potersene dissociare.

    Flaiano diceva che “in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti”.  Avendo toccato il fondo, bisogna ritenere che non vi sia altra strada che la risalita. Con l’aiutino, indispensabile, dei nostri tanto denigrati partner europei.