• Fare squadra!

    A Mosca non ci saremo, al campionato di calcio. Anche quella squadra, stiamo ricostruendo.

    Il contratto mediatizzato da un precedente aspirante Primo ministro era con l’Italia. Quello concordato fra le due formazioni politiche emerse dalle ‘idi di marzo’ della nostra partitocrazia, è invece rivolto al loro reciproco rapporto, nell’intento di riconoscersi l’una nell’altra.

    Essenziale, specie per un governo di nuovo conio, è però anche quello di farsi riconoscere all’estero. L’impresa nella quale, nell’immediato dopoguerra, si dedicarono De Gasperi, Einaudi, Sforza. Che, sempre, i loro successori faticarono non poco a tener fede. Il nuovo primo Ministro dovrà evitare di fare la figura di Pinocchio, stretto fra il Gatto e la Volpe. Per liberarlo dall’incomoda situazione dovranno impegnarsi, assieme ai tanto denigrati burocrati, i Ministri ‘tecnici’. Nel nuovo governo penta-leghista, i biglietti da visita nei salotti buoni all’estero sono stati opportunamente affidati, tutti, a dei presumibili esperti di cose internazionali: agli Esteri, all’Economia, agli Affari Europei, alla Difesa, al Turismo, all’Ambiente. A loro è affidato  il compito di illustrare e difendere l’interesse nazionale che, si afferma, abbiamo improvvisamente riscoperto.

    Essenziale sarà però ‘fare squadra’, mantenere la coesione dell’assieme, nell’articolazione dei contributi di ognuna delle componenti governative. Dissipando al più presto le tante contraddittorie dichiarazioni elettorali, utili forse per raccogliere voti, non per dare una immagine riconoscibile ad una nazione per tanti versi ancora molto eterogenea. In materia non soltanto di Euro, ma anche di Russia, di Libia, di immigrazione, di Medioriente, e persino di TAV, ILVA, Alitalia. Rispetto alle cui questioni, il proclamato ‘sovranismo’ faticherà ad affermarsi.

    La premessa necessaria alla nostra credibilità continua ad essere una più precisa coerenza delle nostre intenzioni. L’inedito ‘populismo al quadrato’ del nuovo governo non potrà essere decifrato che nella misura in cui corrisponderà alla nostra collocazione e agli impegni presi in campo internazionale. Far quadrare il bilancio non è la sola prova del nove che ci attende da decenni. In politica estera, l’Italia è scomparsa dai radar internazionali da quando sono venuti meno i meccanismi della solidarietà atlantica ed europea. Se dall’Euro, da Schengen, si può restar fuori  -il Regno Unito lo ha dimostrato-, imprevedibili sono invece le conseguenze di una nostra uscita, volontaria o forzata da regimi che dovremmo piuttosto contribuire ad adattare.

    Dobbiamo essere consapevoli che non siamo soli. La disaffezione dalla politica, con ondate di ‘democrazia diretta’, affliggono ormai le nostre stesse nostre democrazie liberali (un Ministro del nostro nuovo Governo ne ha persino adottato la denominazione!). Per quanto ribelle, la nostra opinione pubblica deve rendersi conto che generiche prese di posizione ‘no global’, ‘no-Euro’, ‘no-TAV’, ‘no-Vax’, sono autolesionistiche, irrazionali perché mal praticabili. E che, sostanzialmente, il diffuso euro-scetticismo altro non è, a ben vedere, che un euro-idealismo deluso. Una condizione nella quale l’Europa ha bisogno degli Stati tanto quanto gli Stati dell’Europa.

    Ovunque, ormai, si vota con la pancia, ma si deve poi governare con la testa. Assieme a chi è oggi impegnato nella medesima impresa di governare un mondo in piena transizione strutturale. Pena l’emarginazione, l’isolamento. Nei fatti, oltre che nei programmi.