• L’interesse nazionale

    “Italians are not serious”: così, lapidariamente, un politologo britannico ancor prima delle nostre recenti elezioni. Da che pulpito?!, si dirà. Il fatto rimane però che la situazione italiana ha più della Commedia dell’Arte che delle tragedie (o commedie) di Shakespeare, caratterizzate come sono da una perenne improvvisazione piuttosto che da una qualche geometrica, per quanto originale, costruzione.

    Sul piano interno, lo sappiamo, ogni nazione si regola come meglio crede e, lo vediamo, non sarà l’Europa ad imporre le regole a chi vuole far da sé. Ma è proprio di ciò che si tratta ora per l’Italia. Sostenere che non diverremo sudditi dei “non eletti burocrati brussellesi” è una distorsione della situazione reale. Che tace la circostanza che quei burocrati, non eletti come tutti i burocrati, altro non fanno che ricordarci le regole a cui ci siamo impegnati, fissandole noi stessi in ripetuti Consigli intergovernativi.

    Voler, genericamente, ridiscutere i Trattati europei, uscire dall’Euro, togliere le sanzioni ad una Russia che (pur aggredendo l’Ucraina e annettendo la Crimea) “non ci minaccia, costituendo invece un importante partner economico-commerciale ed interlocutore strategico”,  contestare la nostra partecipazione alle missioni di mantenimento della pace perché “geograficamente, e non solo [?], distanti dall’interesse nazionale italiano”, sono altrettante affermazioni di sommaria, superficiale improvvisazione.

    “Indipendenti sempre, isolati mai!”, raccomandava oltre cent’anni fa il nostro grande diplomatico Visconti Venosta, del quale si è ovviamente perso il ricordo. In questo dopoguerra, quando perdevamo uno degli attracchi europei, è all’America che ci rivolgevamo. Non possiamo evidentemente più farlo. Rischiando di trovarci alla deriva, in alto mare; al pari di Polonia e Ungheria.

    Senza disporre però della cognizione di quell’interesse nazionale che i nostri populisti affermano di voler tutelare, ma che l’Italia repubblicana non si è mai curata di definire, fidando appunto nella protezione altrui, europea o atlantica. Un interesse nazionale intenzionalmente identificato con quello europeo e dell’ONU. Un paese plurale tenuto assieme dalla sua appartenenza a consessi multilaterali, dei quali, privi di moto proprio, seguivamo e sfruttavamo la scia. Pigramente.

    Al giorno d’oggi, al cospetto dell’unilateralismo rampante di Russia, Cina e compagni, tanto più in presenza della “America first” di Trump, la sovranità degli europei non può essere riacquistata e consolidata che assieme, non certo singolarmente. Lo hanno compreso la Francia di Macron e la Germania della Merkel, che dell’interesse nazionale sono maestri. Né possiamo certo prendere ad esempio la Brexit dell’altro strenuo difensore della patria identità.

    Nell’apparente indifferenza di un elettorato beatamente ignaro, l‘Italia emersa dalle urne si va immiserendo, né sembra voler trarre dall’esterno quella linfa vitale che non può produrre dall’interno.

    In una nazione ancora e sempre divisa, non più ideologicamente (e programmaticamente) fra Destra e Sinistra, bensì fra un nord leghista e un sud pentastellato, l’invenzione di un nostro ‘sovranismo’ non può consistere che in un’astrazione.