• L’Europa, orfana, al bivio

    Per chi avesse ancora delle illusioni sul raziocinio del Presidente Trump, le sue recenti decisioni internazionali dovrebbero averle dissipate. In un colpo solo, in una regione alquanto instabile, la sua denuncia unilaterale dell’accordo nucleare con l’Iran, piuttosto che mettere Teheran all’angolo (come si illude di aver fatto anche con Pyongyang), ha messo a repentaglio non soltanto il  fascio di precarie equazioni regionali che per decenni l’America si era a fatica preoccupata di puntellare, ma gli stessi suoi rapporti strategici con gli aspiranti protagonisti di questo nuovo mondo plurale.

    La prima, e più grave, lesione va considerata quella inferta all’autorità delle Nazioni Unite che, con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, avevano fatto proprio il ‘piano d’azione’ sullo smantellamento della capacità nucleare iraniana. Il Rappresentante permanente dell’Unione europea, Mogherini, ha infatti appropriatamente precisato che l’accordo con l’Iran “appartiene alla comunità internazionale”.

    I rapporti transatlantici, poi, nonostante l’estremo tentativo di Macron di salvarne la sostanza, sono stati ancora una volta considerati irrilevanti, finendo inoltre sotto la minaccia, per chi non si allineasse all’imposizione della Casa Bianca, di gravi sanzioni ’secondarie’. Che andrebbero ad aggiungersi al contenzioso sui dazi su prodotti europei, mandando definitivamente in soffitta l’ormai antico progetto di Trattato commerciale euro-americano.

    Il passo indietro di Trump lascia infine il campo libero a Mosca e Pechino di adottare con Teheran le contromosse per loro più convenienti (cosa che il Cremlino sta già da tempo facendo). Nei loro confronti, inoltre, proponendosi in termini espliciti come fautore di un cambio di regime a Teheran, Trump si presenta come fattore destabilizzante, rivoluzionario, invece che di contenimento delle tensioni. In un paradossale rovesciamento dei rispettivi ruoli storici.

    Allineandosi esplicitamente all’inedito connubio fra Israele e l’Arabia saudita, promuovendolo persino nell’aizzarli contro l’Iran, osteggiando in tal modo l’aspirazione di quest’ultima a trovare quel proprio spazio di comprimario sulla scena mediorientale, in sostituzione dell’egemonia che, in un mondo arabo dissestato, la disponibilità dell’arma atomica avrebbe voluto assicurarle, l’America getta alle ortiche il ruolo di intermediazione e di possibile garante regionale. Interferendo invece a gamba tesa nei precari equilibri regionali. Relegando nelle retrovie il confronto fra sunniti e sciiti, fra l’arco sciita che da Teheran si estende fino al Libano (con l’appena avvenuta conferma di Hezbollah) e l’asse sunnita del quale lo strapotere economico di Riad vorrebbe impossessarsi.

    Presentandosi come istigatore di un rimescolamento delle carte dalle prospettive quanto mai incerte, perversamente, improvvidamente, persino con l’immediato trasferimento della sua Ambasciata a Gerusalemme, Trump si è reso artefice di un nuovo ‘grande gioco’, promotore della contrapposizione fra due nuovi, ibridi schieramenti, rispettivamente israelo-saudita e russo-iraniano. Altro che ‘arte dell’affare’, di cui tanto si vanta!

    Per l’Europa pertanto, incontrovertibilmente orfana ormai del rapporto che l’ha accudita per oltre mezzo secolo, è arrivata la prova di maturità e della relativa sua credibilità politica internazionale, dell’auspicabile sua ritrovata funzione di produttrice della Storia. Costretta com’è ormai a decidere, nel proprio immediato vicinato, se continuare ad allinearsi passivamente agli Stati Uniti oppure riproporsi come compartecipe delle sorti di un Mediterraneo dilaniato da oltre un secolo da lotte intestine e interferenze esterne.