• L’era post-americana

    La scomparsa dell’America dalla funzione di perno, se non di propulsore, della politica estera globale non ha comportato il temuto collasso della sua architettura complessiva. Dovrebbe semmai costituire il rivelatore delle specifiche responsabilità altrui, dal cui concorso dipende la ricomposizione del sistema dei rapporti internazionali, disordinatamente affollato.

    Che l’America di Obama si sia ritratta, che quella di Trump volti le spalle al mondo esterno, rinnegando l’impegno preso a Parigi sulla protezione del clima, abbandonando i negoziati sul commercio transatlantico e nel Pacifico, persino apprestandosi a denunciare l’accordo nucleare con l’Iran, non paiono averne arrestato l’impulso. Lo stesso processo negoziale avviato nella penisola coreana potrebbe acquistare una dinamica propria che prescinde dalla presenza americana.

    Nel caso iraniano, in particolare, la defezione americana diventerebbe la cartina di tornasole della volontà e la capacità degli altri contraenti di mantenerne le promesse. Non di un trattato dai precisi impegni giuridici si tratta, bensì di un “piano d’azione complessivo” di ordine politico, di un processo, che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha registrato ed i  suoi cinque membri permanenti, con la Germania e l’Unione europea, si sono impegnati ad accompagnare. Il comportamento di uno di loro non può di per sé inficiare il concorso degli altri.

    Quel che deve preoccupare è semmai l’atteggiamento americano in Medioriente, dove cronica è la mancata rispondenza dei paesi direttamente interessati. Un atteggiamento che antagonizza Teheran e si schiera con Arabia Saudita e Israele, invece da fungere da fattore di stabilizzazione e riconciliazione in un’area devastata dalle molteplici rivalità interne ed interferenze esterne.

    Le dichiarazioni estemporanee di un presidente incautamente estroverso espongono coloro che alle spalle dell’America, accondiscendenti o antagonisti, si sono finora rifugiati, e che si trovano ormai allo scoperto. La Russia, che in Siria si è impegnata fino al collo, in compagnia di Turchia e Iran (appunto), estranei tutti e tre al mondo arabo, al quale tentano diversamente di affermare una qualche loro egemonia. La Cina, che dagli idrocarburi mediorientali dipende e che attraverso quella regione intende far passare una sua nuova ‘via della seta’. L’Europa, infine, che, per opera di Francia e Regno Unito, associatisi al recente attacco ai siti chimici siriani, intende riproporre l’influenza regionale persa dai tempi della crisi di Suez.

    Il potere non consiste più, è ormai chiaro, nell’imposizione della forza militare, bensì nella capacità di produrre consenso, di comporre un’agenda comune, di stimolare coalizioni, un ruolo che l’America non intende più, o non è più in grado di assolvere. E’ dal basso, con aggregazioni regionali, non più dall’alto, con imposizioni unilaterali, che  i rapporti internazionali possono ritrovare la nuova coerenza che i nuovi tempi richiedono.

    E’ la diplomazia multilaterale, esortativa, piuttosto che a quella bilaterale, contrattuale, trumpiana, che può provvedervi. Riprendendo il cammino che la Carta delle Nazioni Unite aveva tracciato, che l’Unione europea ha intrapreso, che bisogna riesumar e riproporre.