• Il teatro coreano

    Nobel, Nobel!”, hanno gridato i sostenitori di Trump dopo la cascata di incoraggianti segnali in provenienza dalla penisola coreana. Irresistibile è la tentazione di attribuirsene il merito. Alquanto intricati sono però i meandri orientali con i quali l’estroverso Presidente dovrà ora misurarsi. In particolare con quell’oste regionale cinese, che intende ridurre l’Estremo oriente a propria zona di influenza riservata.

    Formalmente, siamo in presenza dell’ennesimo tentativo di indurre Pyongyang a più miti consigli. In direzione di una qualche reintegrazione di quella penisola. Rispetto a quelli, deludenti, intrapresi a più livelli dal 2000 al 2012, l’elemento di novità appare essere la sopraggiunta intollerabilità che la coda coreana continuasse a dimenare il cane pechinese, complicandone le mire strategiche di proporzioni regionali. E come se, dopo aver a lungo soppesato le ripercussioni del comportamento disfunzionale del suo cliente, il monarca cinese ne abbia ora alterato la traiettoria, contando di ricavarne propri più ampi vantaggi. Tentando di delegittimare l’ombrello militare statunitense.

    Genericamente evocativi, simbolici, persino coreografici, non ancora sintomatici, sono i segnali inviati dall’incontro bilaterale di Panmunjon nell’etere dei rapporti internazionali: trattato di pace (reciproco riconoscimento, non riunificazione), completa denuclearizzazione “progressiva e sincronizzata” (ma all’arma nucleare, una volta ottenuta, difficilmente si rinuncia), Quali le garanzie di sicurezza da fornire, quali gli scambi fra nord e sud, quali le prospettive di assistenza economica, quale allentamento del regime sanzionatorio?

    Il previsto faccia a faccia di Trump con colui che aveva definito ‘rocket man’ servirà a consacrare il prestigio internazionale di quest’ultimo. Consolidando, di riflesso, le ambizioni di Pechino. Non certo ad esaltare le virtù negoziali di colui che appare incapace di sviluppare una più ampia strategia, a garanzia della stabilità dell’intera regione. (Nel frattempo Xi continua a tessere la sua tela, appartandosi con l’indiano Modi; lasciando a Washington il compito di districarsi dall’altro dilemma sub-regionale, mediorientale).

    Un processo negoziale appare comunque avviato, che la diplomazia dovrà condurre con la circospezione che le compete, per incanalarne man mano gli sviluppi. Un processo ben diverso a quello che ha condotto all’accordo nucleare con l’Iran, analogo nei contenuti tecnici e connesso nel suo significato politico, ma completamente diverso nelle sue implicazioni strategiche.