• Vive la France!

    Dopo essersi premurato di accoglierlo a Parigi in occasione del Quattordici luglio dell’anno scorso, l’intraprendente Macron va a Washington per intrattenersi con Trump. Fra gli europei, soltanto la britannica May lo aveva già fatto, precipitatasi subito per riaffermare, non corrisposta, il ‘rapporto speciale’ fra le due nazioni anglosassoni.

    Altro è lo scopo del francese, destinato evidentemente a proporsi, al posto della Cancelliera Merkel da tempo apertamente dissociatasi, come interlocutore europeo privilegiato per l’imprevedibile occupante della Casa Bianca. In un confronto fra due analoghe presunzioni, la ‘grandeur’ francese e una ‘America ‘great again’, pur nella loro diversa consistenza. In quella perenne competizione fra due nazioni figlie della medesima rivoluzione, accomunate dal medesimo anelito civico (e spirito missionario).

    Pur dichiarando (nella National Defense Strategy appena emanata) che “la competizione strategica fra Stati, non il terrorismo è adesso la prima preoccupazione della sicurezza americana” (un’affermazione che implicherebbe una maggior sintonia con gli alleati), Trump si è posto alla testa di un’America nuovamente isolazionista, unilateralista.

    Macron punta invece sul multilateralismo di stampo europeo, del quale, per la defezione britannica e la riluttanza tedesca, si trova ad essere l’unico possibile alfiere. L’unico a poter pretendere di fare da ponte non soltanto transatlantico ma anche fra Washington e Mosca. In rappresentanza di un’Europa ancora esitante sul proprio futuro, ma esigente nei confronti di ambedue i suoi principali interlocutori. Parigi si è infatti schierata con Trump nell’attacco ai siti chimici in Siria (“abbiamo salvato l’onore –ha detto- della comunità internazionale”), dopo aver telefonato a Putin per illustrargliene le ragioni. Si presume che si farà ora, tra l’altro, interprete a Washington della necessità di salvaguardare l’accordo nucleare con Teheran (del quale l’Europa potrebbe altrimenti farsi garante).

    In un dinamismo pragmatico adatto alle circostanze. In quel che Niebuhr, l’ispiratore di Obama, aveva descritto nell’immediato dopoguerra come “realismo etico”: la combinazione della necessità di provvedere alle circostanze del momento con una visione ideale di più lungo respiro. Nella consapevolezza che l’Unione europea non ha nulla da perdere, semmai molto da guadagnare nel proporsi come forza (in termini di influenza) alternativa o comunque complementare a quella, visibilmente sterile, delle autoproclamatesi Grandi potenze.

    Un’Europa che si divide, in Ungheria, in Polonia, nel gruppo di Visegrad, nei nordici, in quel che Macron stesso ha denunciato come “guerra civile”, può ritrovarsi, ridefinirsi, ricompattarsi, soltanto nel confronto con l’esterno.

    Mentre l’Italia, come al solito, indipendentemente dal clima post-elettorale, invece di associarvisi, continua nell’antica sua psicosi di attribuire alla Francia i più sinistri propositi nei nostri confronti, proponendosi peraltro astrattamente come mediatrice fra contendenti che guardano altrove.