• Fra Scilla e Cariddi

    Roberto Ducci diceva che, siccome non vi sarà più guerra, quella vera, non vi sarà nemmeno più pace, quella vera. I fatti confermano, ormai quotidianamente, quanto una conflittualità strisciante si stia radicando ovunque. Anche fra europei che per secoli si sono distinti nel portare acqua al mulino della Storia.

    Fra la Russia e l’Occidente euro-americano, la reciproca espulsione di un centinaio di diplomatici, l’attacco missilistico sui centri chimici siriani che Mosca, contrariamente all’impegno preso nel 2014, non si è adoperata per smantellare, l’imminente rinnovo delle sanzioni per il suo disinvolto comportamento in Ucraina, non hanno condotto a quella escalation della tensione che nel regime bipolare si sarebbe dovuta temere. Una Guerra semi-fredda, strisciante, ‘a pezzi’, deleteria ma non catastrofica, sembra doversi eternizzare. Un’altra malattia endemica per l’umanità.

    Sembra esser venuta meno la fiducia nel conseguimento di regole condivise, rivolte alla ricomposizione di un qualche ordinamento (non ordine) internazionale. Persino a livello europeo, che è l’indispensabile premessa di quello mondiale. Si sollecita astrattamente un dialogo con il Cremlino, sostenendosi che la ferma rispondenza di un Occidente per una volta ricompattato danneggerebbe la pur indispensabile collaborazione strategica con Mosca sui temi dell’agenda globale. Ciò significa confondere la retta intenzione con le modalità per raggiungerla. Presumere in altre parole che Mosca abbia dato segnali di disponibilità, mentre il suo prolungato ostruzionismo dimostra il contrario.

    Da Mosca, Lavrov, preso nel groviglio dei lacci che Putin ha tessuto, continua invece ad imputarne la responsabilità primaria a Washington, con la quale ha perso il contatto. Trascurando il ruolo di raccordo che, di risulta, gli europei, accusati invece di essere succubi, potrebbero svolgere.

    Dal canto suo, Trump agisce senza che se ne percepisca un qualche disegno strategico. Ma lo stesso Obama, nella Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata nel 2010, ci aveva già ammonito che “le incombenze del nuovo secolo non possono spettare soltanto all’America”.  Macron e la Merkel si danno da fare ma, nel loro complesso, i partner europei titubano. E la Russia, imperterrita,   si fa forte delle nostre debolezze.

    Per l’Italia, ancora e sempre, è di una scelta di campo che si tratta. Tanto più che, come da Mosca, già nel 1928, il Segretario d’Ambasciata Pietro Quaroni scriveva: “Si direbbe che nella mente dei governanti sovietici ci si rappresenta l’Italia come uno staterello irrequieto, asservito ora a questo ora a quell’imperialismo, paese di poca o nessuna importanza, ma da cui si può trar profitto come da un elemento di disordine servendosene come perturbatore dell’ordine esistente verso i grandi stati capitalisti, ora come spauracchio imperialista verso i paesi del vicino oriente: uno strumento insomma facilmente maneggiabile ma di più che secondaria importanza”. In un intero secolo, le cose non appaiono cambiate.