• Sarajevo?

    La Siria sta diventando Sarajevo? Di nuovo sonnambuli? Un secolo trascorso invano? Due autocrati, uno vero, l’altro posticcio, l’uno che pretende di riacquistare uno status, l’altro che lo sta sperperando, stanno riportando indietro l’orologio della storia.

    Ambedue fanno la faccia feroce attorno ad una crisi regionale che andrebbe da tempo accudita invece che attizzata e sfruttata per finalità nazionali difformi. La diplomazia è emarginata da azioni e dichiarazioni improvvisate, invece che essere chiamata in soccorso per contenere e riassorbire eventi andati palesemente fuori controllo, nell’operare come la barra di carbonio che calibra le pile atomiche.

    Sempre più evidente si fa l’urgenza che l’Unione europea si doti di un politica estera più propositiva e incisiva, in grado di inserire la propria diversa capacità di fare la Storia. Un’Europa che, in quell’area, si è rivelata essenziale nel reggere l’accordo sul nucleare iraniano denigrato da Trump, dopo essere stato raggiunto con il concorso di tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza chinatisi sull’altro termine dell’equazione strategica regionale.

    Che non dovrebbe invece pretendere di competere nell’esporsi militarmente. Nemmeno ad opera di Francia e Regno Unito che, componenti anch’essi del gruppo dei ‘cinque Grandi’, ritengono di dover dar man forte all’America.

    L’Occidente non può continuare a sentirsi responsabile della gestione delle crisi internazionali qualora, come in Siria, rischi di confrontarsi alla Russia. Il cui scopo rimane quello di ostruirne una soluzione collegiale, con la riattivazione delle funzioni dell’ONU, invece di appartarsi con la Turchia e l’Iran, dalle ambizioni difformi.

    Le ‘linee rosse’ da rispettare non dovrebbero riguardare soltanto le forze sul terreno, ma delimitare lo stesso comportamento degli attori esterni, impegnati invece ad affermare loro contrapposte mire egemoniche.