• Ancora e sempre, “it’s the economy, stupid”

    Molti amici stranieri, ovviamente, mi chiedono ancora, come tante volte in passato, che cosa sta succedendo in Italia. Evidentemente, la mia risposta standard, che l’Italia è paese adolescente, in lenta ma sicura maturazione, si è fatta meno convincente. Eppure una qualche risposta dobbiamo darla. Subito, senza attendere che la situazione si chiarisca.

    Il Commissario Moscovici e il nostro Draghi ci esprimono la loro legittima preoccupazione per l’incidenza negativa che la sospensione italiana piò avere per le stesse sorti dell’Europa, della quale, per converso, nemmeno noi possiamo fare a meno.

    Ai miei interlocutori vorrei poter rispondere che, come altrove in Europa (persino in America!), anche da noi, dopo le ripetute spallate di Mani Pulite, del Berlusconismo, fino al referendum costituzionale respinto poco più di un anno fa), i due tradizionali partiti politici che si sono sorretti a vicenda in un compromesso fattosi persino ‘storico’, si sono inesorabilmente sgretolati. Che la globalizzazione ha fatto piazza pulita delle contrapposizioni ideologiche tipiche della Guerra fredda. Che la crisi economica, prodotta dagli sviluppi tecnologici e dalla delocalizzazione delle imprese, ha reso orfana, anche da noi, la classe operaia. Che l’immigrazione selvaggia è stata forse il detonatore della ribellione elettorale, mentre la causa determinante resta il grave indebitamento che tarpa le ali alla nostra economia.

    Che (ma questo è più difficile, e lesivo, da ammettere con i nostri interlocutori stranieri) ne è emerso come l’Italia rimanga palesemente divisa in ‘partes tres’, come la Gallia descritta da Cesare. Giacché la ‘Lega’, realista, nazionalista, è prevalsa nel bacino elettorale della destra, imponendosi nel nord imprenditoriale; il Movimento ‘grillino’ si è appropriata delle generiche promesse di una sinistra di ispirazione ‘pauperista’, facendo man bassa delle circoscrizioni  meridionali; mentre, al centro, sopravvive qualche residuo di quel che fu.

    Che l’Italia, con le sue diverse logiche interne, sia sempre stata poco decifrabile, lo sanno tutti. I ‘giri di valzer’, nostra perenne specialità, sono stati condonati in passato da coloro ai quali ci siamo associati: nei confronti di Washington, abbiamo spesso ostentato un disinvolto ‘neo-atlantismo; verso Mosca, per compiacere un’ingombrante opposizione, abbiamo sempre dimostrato un occhio di riguardo; all’Europa abbiamo persistentemente espresso piena dedizione senza attenerci ai relativi impegni.

    Ora, nel generale sommovimento internazionale, non possiamo continuare a contare sull’accondiscendenza altrui all’eccezionalità italiana. Tornati come siamo ad un altro, seppur diverso dopoguerra, dobbiamo ricominciare da capo. Nei gravi marosi interni di allora, fu Einaudi, puntiglioso economista, a tenere la barra, economica appunto, rispetto ai dilemmi di ordine politico di De Gasperi. Le prediche di Einaudi sono rimaste apparentemente inutili.

    (Anche in America, si ricorderà, è dai tempi della campagna elettorale tra Clinton e Bush padre che la questione cruciale è “the economy, stupid”. La conseguenza ultima è stato Trump).