• Fare l’Italia, o gli italiani?

    Di ‘fare l’Italia’ ancora e sempre si tratta. Come nel gioco dell’oca della nostra infanzia, la nostra nazione, eterna adolescente, è tornata per l’ennesima volta alla casella di partenza. Incapace di crescere, di prendere coscienza di sé stessa, di decidere che cosa vuol fare da grande, insofferente dei condizionamenti e delle prescrizioni che le vengono rivolte dalla famiglia europea alla quale appartiene, l’Italia del “vaffa” ha ostentato orgogliosamente la propria irresponsabilità.

    Dopo l’eroica fase dell’immediato dopoguerra, i partiti politici camuffatisi a lungo l’uno con l’altro non hanno saputo arginare una disgregazione che viene da lontano: dal Sessantotto, dagli Anni di Piombo, dalle Mani Pulite, che la classe politica, a destra e soprattutto a sinistra, non ha saputo (voluto) gestire. Un’Italia che un giovane irruento dichiarò di voler ‘rottamare’, senza rendersi conto che era già rottame. Venendo oggi travolto da un generale ‘muoia Sansone’!

    Avremmo dovuto almeno continuare ad “aggrapparci alle Alpi”, come diceva La Malfa. Renderci protagonisti di quel federalismo europeo del quale ci siamo a lungo riempiti la bocca, ma non la testa. Finendo in un generalizzato euroscetticismo di maniera, per giustificare le nostre manchevolezze, delle quali rendevamo invece responsabile l’Europa. Nello scoperto tentativo di affrontare i populisti sul loro terreno, invece di controbatterne le argomentazioni.

    La nostra collocazione in Europa e nel mondo, sempre ambigua, precaria, appare compromessa.  Abbiamo sempre evitato di definire il nostro interesse nazionale. Ci stiamo ora dissociando dal convoglio europeo, con il rischio di non esserne più nemmeno al traino. Acquistando una fisionomia sempre meno riconoscibile per coloro ai quali vorremmo commisurarci. Auto-escludendoci anche dal novero degli aspiranti protagonisti di un nuovo sistema internazionale, tutto da ricostruire. Rendendoci succubi delle decisioni altrui.

    Una situazione che appare ormai difficile da controllare.

    Siamo tornati in mezzo al guado. Si tratterà ora di rimettere assieme i cocci, in funzione della nostra collocazione internazionale. “Indipendenti sempre, isolati mai”, raccomandava oltre un secolo fa Visconti Venosta, nostro illuminato diplomatico. Ancora una volta ci troviamo infatti di fronte ad una scelta di campo. Come nel ’48, non più fra liberismo e socialismo, ma fra Europa e un illusorio, insignificante, ‘sovranismo’. Ancora e sempre fra Est e Ovest: Putin si starà fregando le mani.

    Lo sappiamo: la politica estera è necessariamente il riflesso di quella interna, basata a sua volta sull’interesse nazionale, determinato dalla relativa collocazione geopolitica e conseguenti aspirazioni. In Italia invece, sin dai tempi di Cavour, tale equazione è stata rovesciata: è il cosiddetto ‘vincolo esterno’ ad aver finora determinato la nostra identità nazionale.  Quel vincolo dal quale ci stiamo fieramente, ma irresponsabilmente, scollegando.

    La politica estera, con un’unica, coraggiosa, eccezione, è stata emarginata dal dibattito elettorale. Alla vigilia della tornata elettorale, Andrea Bonanni, da Bruxelles, sulle colonne di Repubblica scriveva, “Da settant’anni non c’è mai stata un’elezione in grado di modificare la collocazione internazionale dell’Italia … Alla fine, magari le forze politiche uscite dalle urne faranno la scelta giusta … Ma sarà una scelta alla quale gli elettori non avranno avuto modo di partecipare, che non avrà fatto maturare il Paese e non avrà rafforzato la nostra sempre più fragile democrazia”.

    Considerazioni fiduciose, che le elezioni avranno smentito, ma che centrano però perfettamente il nostro perenne malanno.