• Da grande?

    “Chiunque vinca, non governerà”, afferma Tim Parks sulla New York Review of Books; aggiungendo che “il sistema politico italiano è troppo disfunzionale e bloccato perché possa accadere alcunché”.

    Le cose, nel mondo, si stanno nel frattempo bene o male assestando, anche se non ancora rammendando. La Germania sta finalmente mettendo assieme l’ennesimo governo di coalizione. La Francia ha tagliato la testa al toro, avvalendosi del sistema uninominale a doppio turno. La Spagna ha rabberciato lo strappo catalano. Le due Coree hanno partecipato assieme alle Olimpiadi invernali. La Cina ha consolidato il suo uomo solo al comando. La Russia sta tentando di fare altrettanto, a casa e nel suo autoproclamato ‘estero vicino’.

    Dopo anni di disordinata staticità, le carte si vanno quindi bene o male redistribuendo. Il gioco, di carte appunto, non di scacchi né tanto meno di poker, può quindi riprendere. Anche se, per ora, ai margini del tavolo sono rimasti i Paesi arabi, l’Iran, la Turchia: passivi o isolati, le loro sorti continueranno a dipendere dalle decisioni altrui.

    E l’Europa? Il fatto che la ‘Cancelliera di ferro’ si sia indebolita -ha detto Mark Leonard del ‘European Council on Foreign Relations’- può rivelarsi uno dei fattori determinanti di una Europa più equilibrata”. E possibilmente più visibile al proscenio del mondo. Il che dipenderà però soprattutto dal fattivo contributo di altri suoi membri, che possa decretarne la credibilità politica, premessa indispensabile di una sua maggiore incisività nelle tante aree di crisi. Un compito al quale l’Italia deve decidersi a concorrere più incisivamente.

    Un’Italia che della politica estera continua a disinteressarsi. Come dimostra il fatto che, nemmeno durante una confusa campagna elettorale, appare in grado di esprimersi su quel che vorrà fare ‘da grande’. Significativo è che, fra i candidati, pochi siano coloro che hanno una qualche esperienza e competenza internazionale, e possano, a tempo debito, riproporre l’Italia sull’affollata scena internazionale. Scarne, contraddittorie, sono le indicazioni di politica estera nei programmi delle tante formazioni elettorali: una sola si è spavaldamente ammantata della bandiera europea. La semplificazione di problemi complessi, un euroscetticismo di maniera, il silenzio attonito rispetto ai nostri due tradizionali riferimenti americano e russo, l’indignata denuncia di ‘interferenze’ da quella che dovrebbe essere la nostra casa comune a Bruxelles, denotano la persistente adolescenza di uno Stato inguaribilmente ‘bamboccione’.

    Aggrappati, come siamo stati per l’intero periodo post-bellico, all’Europa e all’America (più a quest’ultima, in definitiva, che alla prima), ci troviamo improvvisamente, oltre che privi dei necessari ormeggi, persino di un sestante e di una bussola, in balia dei venti. Costretti al solito piccolo cabotaggio.