• A proposito di Vienna 1683

    La visita di Erdogan a Roma è avvenuta per iniziativa di un Pontefice che si lancia, imperterrito, nelle imprese più improbabili (persino in Cina; in Russia chissà). E che, dopo essere stato fra quelli che hanno deprecato la questione armena, avrà sollevato, ‘more suo’, le questioni dei diritti umani calpestati, della Siria dilaniata, delle minoranze cristiane martoriate.

    Ineluttabilmente, con l’occasione, come in tante altre simili circostanze, l’ospite del Vaticano è stato ricevuto (“riceverà”, era stato detto a d Ankara!) dai nostri Presidenti della Repubblica e del Consiglio. Incontri brevi, imbarazzati, con i massimi esponenti politici di un Italia distratta dalla campagna elettorale e pertanto meno disposta ad aperture di credito nei confronti di un paese ufficialmente alleato, ma alquanto imbarazzante.

    Che la Turchia neo-ottomana di Erdogan non corrisponda alla sua persistente dichiarata volontà di aderire all’Unione europea; che il suo comportamento in Medioriente a fianco della Russia contrasti con la sua pluridecennale appartenenza alla NATO; che la sua solidarietà con i Fratelli Musulmani

    complichi il ristabilimento degli equilibri geopolitici dalla Siria al Golfo, alla Libia; un’accumulazione di fattori che hanno questa volta palesemente turbato quanto meno la pubblica presentazione dell’evento.

    Con il quale l’Italia è apparsa questa volta preoccupata di non discostarsi dallo schieramento europeo, invece che avvalersi come al solito della presunzione che la sua sempre ‘eccentrica’ posizione in Europa e nell’alleanza potesse contribuire a far rinsavire un paese verso il quale ha sempre ostentato una astratta amicizia, priva di corrispettivi politici, a parte i sempre prevalenti interessi economici.

    Simultaneamente, il nostro Ministro dell’Interno è andato in America per rinsaldarvi un asse attorno al quale ricostruire la Libia. Come se ciò bastasse allo scopo, piuttosto che quel concorso corale che sarebbe necessario al capezzale di un paese da reinventare, non potendovisi ricostruire quel che non vi è mai stato. Lo stesso nostro spiegamento di forze militari in Niger, annunciato, poi ridimensionato, infine apparentemente contestato dalla Francia presente in forze nel Mali contiguo, concorre nel presentare la congerie di nostre iniziative disparate, scollegate.

    Richiamare ad un comportamento più coerente un paese che, per tanti versi, ancor prima di Ataturk, ha fatto sempre fatto parte della Storia europea e che oggi ostentatamente se ne discosta,  è diventato un altro dei compiti primordiali che, in assenza di un’America distratta, l’Europa politica deve attribuirsi.

    Nessuna conferenza stampa, né comunicato congiunto. Dalla Farnesina, in termini alquanto arruffati, è trapelato che “Erdogan non ha nessun appoggio sulla deriva autoritaria del suo paese, sull’adesione all’UE, sulla crisi siriana, ma resta un ‘player’  fondamentale  dll’Italia a livello strategico. geopolitico, commerciale dora anche sulla Libia”.

    A conferma che soltanto l’Europa nel suo insieme potrà ormai districare la matassa. Non singolarmente uno dei suoi membri, geograficamente contiguo alle aree di crisi, e pertanto certamente più sensibile, ma singolarmente meno incisivo e determinante.