• La “Tragedia dell’Europa Centrale”

    Così, nel 1984, Milan Kundera, sconsolato, descriveva il destino di quella terra di mezzo, vallo invece che ponte, storicamente soffocata fra Occidente e Oriente europei. Disperato, ma inconsapevole che la Storia, dopo soli cinque anni, avrebbe abbattuto il Muro. Eppure preveggente, perché, imperterrita, la ‘Mitteleuropa’ continua a patire la propria condizione geopolitica.

    La disgregazione dell’Impero austro-ungarico e l’emancipazione della Polonia, decretate cent’anni fa da Versailles, non l’hanno allora salvaguardata dall’assalto convergente della Germania nazista e della Russia stalinista. Eppure, fra le due guerre, la cultura letteraria e musicale dell’Europa Centrale, cecoslovacca, ungherese, austriaca (“quel che resta dell’Impero” disse Clemenceau) cementata da quella ebraica, ha abbeverato l’Europa (così come, nell’Ottocento, aveva fato quella russa). Nel secondo dopoguerra, la perdurante vitalità della ‘Europa sequestrata’, da Havel a Walesa, ha costituito l’insistente spina nel fianco della pretesa sovietica di dominarne l’identità.

    Dopo essersi liberata dalla morsa del Patto di Varsavia, l’adesione di quelle nazioni all’Unione europea (e all’Alleanza Atlantica), che avrebbe dovuto portare nuova linfa al progetto integrativo continentale, ha invece gradatamente dimostrato la loro persistente incapacità di trovare un proprio ‘ubi consistam’. Apparentemente incuranti del destino al quale i loro diversi ‘sovranismi’ continuano a condannarli, refrattari come si dimostrano ad accettare una nuova, ma ben diversa, perdita di sovranità a beneficio di Bruxelles. Specie rispetto alla sorte ben diversa che continua ad affliggere la fascia di paesi a loro contigui, dalla Bielorussia, all’Ucraina, fino a quelli del Caucaso, che continuano a dividere l’Europa dalla Russia.

     “L’Europa Centrale –diceva Kundera- non può essere definita da frontiere politiche, che sono inautentiche, bensì da situazioni storiche condivise che hanno determinato le stesse memorie comuni, gli stessi dilemmi e conflitti, la stessa comune tradizione … Una famiglia di piccole nazioni, con una profonda sfiducia nella Storia”.

    Il ‘gruppo di Visegrad’ nel quale oggi si rifugiano si avvale del loro comune denominatore storico, ma non è in grado di proporre un atteggiamento diverso da quello dell’Unione nei confronti delle odierne sfide strategiche, politiche ed economiche. La Repubblica ceca ha eletto ancora una volta l’autoritario, filorusso Zeman. La Polonia si è aggrappata al nazionalista Kaczynski. L’Ungheria, perennemente sofferente della spartizione impostale dal Trattato di Trianon di un secolo fa, si è arroccata, con Orban, a difesa di una propria specifica, non slava, identità.

    In un altro fatidico undici settembre, nel lontano 1683, le truppe ottomane cingevano Vienna d’assedio, nell’indifferenza di un Re Sole che puntava sull’indebolimento della Casa di Asburgo. Quella volta, con l’arrivo del polacco Sobieski, la fortuna arrise all’Europa…