• La solitudine dell’imbonitore

    Il “Foro” di Davos, eterogeneo annuale palcoscenico dei grandi dell’economia e della politica internazionale, santuario del multilateralismo multifunzionale, accusato da alcuni, al pari della Trilaterale e di Bilderbeg, di essere un luogo di congiure delle élite capitaliste ed imperialiste, è stato quest’anno gratificato, e distratto, dall’irruzione di un Presidente esibizionista che ha ritenuto di potervi trovare un utile megafono.

    Nemmeno in questa occasione, in consesso rivolto a presentare un comune denominatore o quando meno un senso di direzione condiviso, il Presidente americano, presentatosi arrogantemente come il commesso viaggiatore dell’ “America first”, dichiaratosi “intollerante” delle violazioni altrui di quelle regole del commercio internazionale che lui stesso aveva appena violato, si è rassegnato ad adottare l’abito di circostanza. Sostenendo con tono fattosi suadente, invece che arrogante, che la crescita economica dell’America sorregge quella del globo.Che “America per prima non significa America solitaria”; trascurando però che un ‘leader’ non è tale se non trova seguaci.

    Su una scena disertata alla vigilia dal duo Merkel-Macron e dell’indiano Modi, e trascurata quest’anno dai monarchi di Russia e Cina, ne è quindi emersa l’eccentrica solitudine di un aspirante ‘leader’ che si dissocia platealmente da quel consenso che Davos si propone di aggregare. Davos non sarà la stanza dei bottoni del mondo globale, ma nemmeno la platea di uno show televisivo.

    L’ennesima esibizione di Trump sarà pertanto servito a tranquillizzare i soliti contestatori ‘no-global’, anche questa volta presenti e vocianti, sull’improponibilità di una congiura delle élite a danno della gente comune, di quei ‘dimenticati’ che Trump ha dichiarato di voler proteggere.