• Il fiacco nostro multilateralismo

    A differenza degli altri aspiranti ‘grandi’ ai quali pretende di commisurarsi, la nostra fragile coesione nazionale non può far a meno del ‘contesto’ internazionale dal quale, da sempre, dipende. La nostra pretesa di sedere al tavolo principale si traduce talvolta in strani equilibrismi, come quello di dividere con l’Olanda il seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Che, dopo un anno, abbiamo appena lasciato, senza averne approfittato per distinguerci, nemmeno a fini interni. Appunto.

    Siamo ora approdati, per l’anno in corso, alla Presidenza dell’OSCE, l’organizzazione paneuropea che può considerarsi come l’ONU del nostro continente. Avviata con l’Atto Finale di Helsinki nel lontano 1975, ad essa va attribuito l’allentamento della morsa sovietica fino alla disgregazione del Muro, ed il processo di reintegrazione continentale che ne è conseguito. In virtù della serie di conferenze sui ‘seguiti’ stabilite per valutare in comune la progressione della ricostruzione di quel che Gorbaciov definì la ‘casa comune’ europea. Sulla base della ‘Carta di Parigi’ che, nel 1990, fissò i ritrovati valori e principi operativi condivisi, convergenti se non sempre identici.

    Un esito che avrebbe dovuto consentire all’Europa di tornare, dopo un secolo, a presentarsi come esempio per la stessa ricomposizione del sistema internazionale, dopo la sclerosi che la Guerra fredda ha imposto all’intero pianeta. Putin ne ha però arrestato le prospettive, riproponendo l’antica logica del confronto fra rapporti di forza: lungo la nuova linea di contatto fra un’Europa allargatasi e una Russia ritrattasi, così come nei Balcani, in Siria e altrove. Un ritorno al passato, mentre il mondo circostante progredisce, o regredisce; è comunque in movimento.

    Nel negoziare l’Atto di Helsinki, l’Italia si rivelò utilmente attiva e propositiva, talvolta determinante. Un’Italia consapevole di aver bisogno della ‘protezione’ di un alveo multilaterale, che dei Grandi non può né vuole far parte, eterna interprete delle aspirazioni degli ‘altri’, sostenitrice di un seggio europeo al Consiglio dell’ONU, dichiaratamente favorevole ad un’Europa federale, multilateralista per convinzione e necessità.

    La sua attuale presidenza dell’organizzazione di Vienna, anche se non riuscirà a smuovere la Russia di Putin dalla sua ostinazione unilateralista, ad indicare un’uscita dalla crisi ucraina, ad allentare il groviglio neo Balcani, né tanto meno a convincere l’America a prodigarsi al fianco degli europei membri o meno dell’Unione, potrebbe però costituire l’occasione ideale per ripresentare degnamente o propositi dell’Italia sulla scena continentale e internazionale. Ad esporre le responsabilità di quanti in Europa, tanto all’interno quanto al difuori dell’Unione, che, invece di affrontare degnamente la globalizzazione, si trincerano, rinunciatari, nei loro diversi particolarismi.

    Un’impresa difficile, nella confusione di un anno elettorale. Ma indispensabile. Tanto quanto i nostri maldestri tentativi di agganciarci alla locomotiva franco-tedesca, in corso di ricomposizione.