• Quale Europa della difesa?

    Nell’attesa che si sciolgano i nodi della formazione del nuovo governo tedesco, dell’esito della Brexit e delle elezioni italiane, il francese Macron non si perde d’animo nell’impresa di mantenere vivo lo slancio europeo, l’intrinseca ‘finalità’ dell’Unione.

    Lo ha detto più volte, lo sappiamo tutti: per proporsi come attore corresponsabile nella necessaria opera di riassestamento internazionale, l’Unione deve decidersi ad imboccare la strada dell’integrazione politica, a complemento di quella economica. I due percorsi non sono, né possono essere, identici: il mercato e ora la moneta sono ‘unici’, il che vuol dire integrati o integrabili; la politica estera, e quella della difesa che ne scaturisce, sarà invece necessariamente comune, cioè intergovernativa, per l’eterogeneità e la variabilità delle condizioni internazionali, che non si prestano a risposte preordinate. Pretendere il contrario rischierebbe di esporre l’Unione alla facile derisione del ‘ruggito del topo’.

    Antesignana di sviluppi storici più che mai impellenti che tardano però a manifestarsi altrove, dotata di un patrimonio politico oscurato dall’unilateralismo degli altri sedicenti ‘grandi’, l’Europa è un depositaria, come va orgogliosamente anche se vanamente sbandierando, di quel ‘multilateralismo efficace’ che fatica ad affermarsi altrove. Che non può rimanere compresso in attesa di rigorose formule istituzionali, quando quel che le circostanze internazionali richiedono è piuttosto la flessibilità nella rispondenza alle mutevoli, alquanto imprevedibili, attuali circostanze.

    Ritenere che un ‘esercito europeo’, istituzionalmente e militarmente integrato, sia indispensabile all’operatività dell’Europa negli impegni di difesa internazionali, non corrisponde alla natura dell’Unione nè alle necessità degli eventi cui dovrebbe far fronte.

    Che Macron abbia ora insistito con la May sulla possibile collaborazione britannica, indipendentemente dalla Brexit, in una ‘iniziativa europea di intervento’ disgiunta dalla ‘collaborazione strutturata rafforzata’ prevista dal trattato di Lisbona, conferma l’utilità per l’Unione di liberarsi dalle costrizioni istituzionali indispensabili in materia monetaria, non invece per le esigenze di politica estera. Francia e Regno Unito rappresentano permanentemente l’Europa in seno al Consiglio di Sicurezza, i loro bilanci militari sono i più consistenti del Vecchio continente, il loro processo decisionale è meno legato al consenso parlamentare. Che siano o meno affiancati nell’impresa integrativa europea non cale agli interlocutori esterni.

    Che l’Italia si sia associata alla Francia con l’invio nel Sahel, non determinante ma politicamente significativo, di un proprio contingente militare contro le tante infiltrazioni destabilizzanti, non risponde all’imposizione brussellese di uno schieramento europeo compatto, ma riflette comunque la comune determinazione dei Ventotto.

    Che la Mogherini abbia raccolto attorno a sé a Bruxelles, assieme al Ministro degli esteri iraniano, non tutti e Ventotto, bensì i soli protagonisti europei dell’accordo con l’Iran (assieme alla Francia, la ‘strana coppia’ di Regno Unito e Germania), è servito a rassicurare Teheran sulla tenuta dell’Accordo nucleare rispetto alle inconsulte espettorazioni dell’attuale Presidente americano.

    L’Europa della difesa emerge da fatti concreti, corrispondenti alla capacità e credibilità di un sistema che dall’origine ha rinunciato all’ostentazione della forza militare. Non da soluzioni istituzionali improbabili e tutto sommato non necessarie.