• Identità e solidarietà

    Preso atto dell’ignoranza trumpiana delle regole della diplomazia internazionale, l’Europa, che non di altro ha vissuto in questo dopoguerra, deve decidersi a far da sé.

    Erigendosi a ‘Stato continentale’, al pari di Russia, Cina e America appunto, dal quale nel bene e nel male continueranno a dipendere le sorti del mondo. Agendo non unilateralmente, come loro, bensì multilateralmente come soltanto sa fare. Proponendosi in tal modo come punto di riferimento e di aggregazione di quanti altri non ritengono più utile farsi dominare dagli autoproclamati Grandi.

    Mentre la politica italiana continua a contemplarsi l’ombelico, Sergio Fabbrini, dalle colonne del Sole24Ore, e Angelo Panebianco, da quelle del Corriere della Sera, continuano ostinatamente a sostenere l’urgenza di un nocciolo duro europeo che riprenda l’interrotta, indispensabile, strada integrativa. Il recupero delle identità nazionali, sostengono ambedue, non dovrebbero nuocere, nella misura in cui valgano a riscoprire il comune denominatore, e a stimolare i più determinati a procedere oltre. Ciò che interessa sempre gli scettici polacchi, ungheresi, ecc., sostiene correttamente Fabbrini, è “la protezione politica e risorse finanziarie [una politica estera comune e lo ‘airbag’ finanziario] senza intaccare le sovranità nazionali”.

    Quel che non si dice abbastanza è che tale soluzione si trova già iscritta nei sacri testi, quale il Trattato di Lisbona, sotto il nome di “sussidiarietà” (dell’Unione rispetto alle cose alle quali gli Stati membri non siano in grado di assolvere singolarmente): politica estera e finanziaria, appunto. Ciò che, nell’imminenza di un’altra nostra tornata elettorale, dovrebbe tagliare ogni erba sotto i piedi dei vari populisti e sovranisti.

    E’ di recupero e tutela delle diversificate identità nazionali che sostanzialmente si tratta. Quell’identità che, da noi, si è man mano dispersa nell’imperante quieto vivere mentale e disordinato consumismo prodotti proprio da quella prosperità che la Comunità europea ha assicurato. Un’identità che, oltre agli Stati membri dell’Unione provenienti da anni di dominazione sovietica, molti altri paesi emergenti vanno ridefinendo. Non la Russia, palesemente poco propensa a riconciliarsi con il proprio passato. Non l’Italia, riluttante anch’essa a guardare nel proprio retrovisore, per poter meglio imboccare la nuova strada da intraprendere in un mondo da ricomporre.

    Non sono certo le proposte buoniste e ingenue di un Carlo Rovelli (“non andare a rimorchio degli altri paesi occidentali … ritirare i molti soldati che abbiamo per il mondo … smettere di contribuire ai massacri con le nostre esportazioni di armi … semplicemente liberarsi con un sussulto di orgoglio della  armi nucleari altrui … obiettivi che  l’umanità ha saputo ripetutamente trovare [?]”), e la sua istigazione a votare per un partito che le faccia proprie (e gli assicuri un posto in Parlamento, si deve presumere), a poter collocare l’Italia al centro del movimento rinnovatore, europeo e mondiale, che il popolare fisico teorico improvvisatosi stratega politico ricorrentemente propugna.

    La politica estera non sarà al centro del nostro dibattito preelettorale. Quella politica estera che nei momenti cruciali, dai tempi di Cavour e poi di De Gasperi, ha però sempre costituito per l’Italia non soltanto l’indispensabile aggancio esterno ma anche il collante interno.