• Da Washington, un Buon Anno?

    Mentre Trump twitta spensieratamente, e i suoi pretoriani fanno la faccia feroce, è negli interstizi che si trovano occasionalmente, sia pure ancor confusamente, alcuni indizi di una politica estera americana in fieri. I soli poveri Nikki Haley e Rex Tillerson (nomi da Far West) si affannano per renderla più comprensibile e meglio articolata, seppur non sempre in sintonia, forse in reciproca competizione. La prima si destreggia nell’agone quotidiano delle Nazioni Unite, organizzazione che l’occupante della Casa Bianca contesta, avendone persino decurtato il bilancio. Il secondo si espone con occasionali articoli proprio su quella stampa  che il Grande capo disprezza, accusandola di preconcetta avversione.

    A fine d’anno, il Segretario di Stato ha vuotato il suo sacco. Il Presidente –ha affermato- ha “abbandonato la ‘pazienza strategica’ adottata dal suo predecessore” [NdT: ce ne eravamo accorti], sostituendola con una politica di pressioni, tramite sanzioni diplomatiche ed economiche” [NdT: dagli effetti palesemente alquanto scarsi]. Nei confronti della Corea del Nord, l’America propugna “pressioni unilaterali [NdT: bisognerebbe piuttosto riuscire a isolarla multilateralmente];… per riportarla, denuclearizzata, al tavolo negoziale” [precondizione improponibile perché irrealistica].

    Nei confronti del terrorismo internazionale, e in particolare della Siria, alla diplomazia viene affidato il compito di “accodarsi alle operazioni militari, nel fornire assistenza umanitaria, con operazioni di sminamento, per ristabilire acqua ed elettricità, e riportare i ragazzi a scuola” [sic!].  Verso la Russia, “non ci facciamo illusioni sul regime con il quale abbiamo a che fare, che ha invaso la Georgia e l’Ucraina, interferito nelle nostre elezioni; … non può sussistere un rapporto come se nulla fosse, anche se potremmo collaborare laddove i nostri interessi si incrociano” [l’amicizia con Putin non è quindi mai decollata]. Per quanto riguardo l’Iran, “ricostruiremo le alleanze con i nostri partner mediorientali [auguri!] … per punire Teheran delle sue violazioni degli impegni presi in materia di missili balistici [che non fanno parte dell’accordo nucleare faticosamente concluso] e delle sue attività destabilizzanti regionali [come se fossero tutte imputabili ai ‘mullah’]”.

    L’articolo si conclude con un omaggio ai funzionari di un Dipartimento di Stato (da riformare), “il cui impegno promuove i valori democratici nel mondo e la cui pazienza e perseveranza protegge i diritti dei nostri cittadini alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità” [omaggio di circostanza ai suoi collaboratori, quanto meno come tranquillizzante di fine d’anno].

    Ne emerge un guazzabuglio di segnali sommari, difficili da districare, specie se messi in relazione con la Strategia di Sicurezza Nazionale appena resa pubblica dal Presidente. Il che lascia nell’incertezza gli interlocutori di Washington. Liberando alcuni (Russia, Cina) dalla costrizione di punti di riferimento precisi. Lasciando gli alleati al buio sul da farsi per mantenere la credibilità e l’autorevolezza dello schieramento occidentale.