• Post scriptum

    L’Europa comunitaria delle origini si va disgregando: alla Brexit si è aggiunta la Catalogna; la Polonia e l’Ungheria vanno per la loro strada. L’ottimismo della volontà che la ha sorretta per decenni non riesce a sovrastare il pessimismo di una ragione disabituata a riflettere sulle forze profonde della Storia.

    Nel descrivere l’attuale complicata situazione attraversata dall’integralità dei paesi dell’Unione europea, un articolo comparso su una influente rivista americana ha riservato all’Italia un laconico inciso: “Italians are not serious”. Una convinzione alquanto diffusa all’estero. Per quanto ingenerosa, nelle urgenze dell’attuale congiuntura internazionale ha però il sapore di una sfiducia senza appello.

    Non che gli altri, Regno Unito, Spagna, Austria, persino Germania, navighino in acque calme, ma la loro situazione, per quanto complicata, è più nettamente definibile. L’Italia invece è uscita dal radar della comune navigazione. Con la perdita di visibilità, rischiamo l’indifferenza, e la conseguente emarginazione dalla solidarietà che ci è necessaria per uscire assieme dalle tante odierne secche.

    Al cospetto del mondo esterno, una sinistra rissosa e una destra raffazzonata appaiono poco in grado di contrapporsi alla sommaria monoliticità di propositi dei ‘pentastellati’. Le stesse elezioni alle quali ci accingiamo non si avvalgono di una campagna dai chiari contorni programmatici, nella generale convinzione che spetterà ad una seconda tornata sciogliere il nodo gordiano che risulterà dalla prima. Nel frattempo il mondo esterno non si fermerà ad aspettarci. I nostri due punti di riferimento, le ‘parallele convergenti’ che ci hanno sorretto nell’intero dopoguerra, si sono dileguate.

    In Europa, è come se, con il crollo del Muro e la reintegrazione continentale, le opinioni pubbliche europee si fossero convinte che l’originario processo integrativo ha raggiunto la sua ‘ragione sociale’. Il raffinato analista britannico Garton Ash argomenta che il sistema costituzionale della ‘common law’ britannica, piuttosto che quello federale, rigidamente istituzionale, tedesco, può forse salvare il salvabile di un continente che, da un secolo fa a Versailles, non ha più recuperato la sua preponderanza storica. Senza tener conto del fatto che, essendo nel frattempo mutata la situazione globale, è verso l’esterno che l’Europa deve esercitare la propria forza gravitazionale; e che, pertanto, soltanto una dimensione continentale può salvaguardare l’identità e gli interessi di ognuno.

    Lo stesso rapporto transatlantico, il secondo nostro tradizionale pilastro esterno, si è sfilacciato, ben prima dell’avvento di Trump. Il quale, nella sua Strategia di Sicurezza Nazionale appena pubblicata, descrive le relazioni internazionali in termini antagonistici, di contrapposizione, invece che di quella compartecipazione che l’Europa e l’Italia prediligono. Confermando come, a Washington, il bastone militare del Pentagono abbia preso il sopravvento sulla carota diplomatica del Dipartimento di Stato.

    Nella perdurante incertezza sulle prospettive di allentamento dei tanti nodi gordiani, l’Italia è scomparsa dalla scena internazionale. Alla casella di partenza nella quale siamo sostanzialmente tutti tornati, l’Italia non c’è. Con l’aggravante che nessuno verrà a cercarci.

    Non sapendo più nemmeno dove trovarci.