• Della mestizia del diplomatico

    Un anno si conclude, alquanto mestamente per la diplomazia. Le solite crisi, dall’Ucraina ai Balcani, al Medio ed Estremo oriente, si trascinano, senza la pur minima prospettiva di avvio a soluzione. Al giorno d’oggi, lo abbiamo constatato, i negoziati bilaterali non sono più proponibili. Ma anche quelli multilaterali stentano o, come nel caso iraniano, si sfilacciano. Gli autocrati, russo, turco, nordcoreano (più subdolamente quello cinese), ritengono di poter tornare a spadroneggiare in un mondo che sta andando fuori controllo.

    A fare la voce grossa, ci si è ora messo anche il leader del ‘Mondo libero’. Inalberando una potenza militare che, da dominante quale ritenevamo che fosse, si presenta piuttosto come la patetica stampella di una nazione contusa.

    Il taglio del bilancio del Dipartimento di Stato (con l’indignato esodo dei suoi funzionari, nell’impassibilità del suo titolare), a beneficio di quello della Difesa (dal quale proviene il ‘quadrato’ di diretti collaboratori nel quale il Presidente si è asserragliato), getta alle ortiche l’approccio ‘soft’, l’impostazione diplomatica, persuasiva invece che impositiva, che il suo predecessore aveva insistentemente predicato, nel tentativo di ridurre la sovraesposizione americana e sollecitare il concorso di partner animati dalle medesime intenzioni (like-minded).

    Un tale radicale cambiamento di rotta abbandona o manda fuori strada alleati e partner, priva la comunità internazionale degli abituali punti di riferimenti dell’asserita unica ‘iper-potenza’, e lascia il campo libero ad ogni improvvisazione altrui. La mancata rispondenza alla ‘pazienza strategica’ ostentata da Obama non può giustificare le accuse di colpevole passività che gli vengono oggi da più parti rivolte, ma nemmeno la reazione, all’estremo opposto, di Trump. In medio, da sempre, stat virtus; specie in diplomazia. Anacronistico, nelle odierne condizioni internazionali, dovrebbe essere considerato un ritorno ai contrapposti unilateralismi dell’equilibrio di potenza, a scapito del multilateralismo che i tempi palesemente richiedono. In un mare in tempesta, siamo tutti sulla stessa barca. Ogni reazione scomposta mette in pericolo la sorte comune.

    Le situazioni in Ucraina, Balcani, Palestina, Afghanistan, rimangono in stallo negoziale: al loro capezzale tarda a chinarsi, come sarebbe necessario, l’intera comunità internazionale. In controtendenza, la sola Cina continua a tessere la sua tela ‘soft’, fatta di ferrovie e porti su una nuova ‘Via della Seta’. Un Occidente sfilacciato, disorientato se non ancora sfiduciato, non appare più nemmeno in grado di indicare la strada da percorrere. “All’orizzonte -ha detto Charles Kupchan- non c’è un mondo senza Occidente, ma un Occidente senza l’America”. E’ l’Europa che deve riorganizzarsi, riproponendo, come ha appena fatto,  il percorso a geometrie variabili delle ‘cooperazioni strutturate rafforzate’ fra i Ventisette.

    Nell’ineffabile Italia, purtroppo, si parla d’altro. O si pontifica senza riflettere: il pentastellato Di Battista sostiene che basterebbe un coordinamento fra gli eserciti nazionali; l’auto-gratificante Salvini sostiene che non spetta all’Europa controllare le nostre frontiere. Nobili considerazioni sovraniste, a gretti fini elettorali.

    In assenza di una Germania distratta dalle manovre post-elettorali, oltre che riluttante a prendere l’iniziativa in materie di sicurezza e politica estera comune, il solo Macron insiste nello sventolare il vessillo europeo. “L’’Europa –ha detto- deve svegliarsi, dobbiamo smetterla di svolgere dei vertici su argomenti da tecnocrati, incomprensibili ai più: dobbiamo invece indicare un orizzonte comune, diventare i leader del mondo futuro”.

    Con l’aria che tira, in effetti, chi altro se non l’Europa può oggi incaricarsene?