• Gerusalemme

    In materia di politica estera (quella interna è un altro paio di maniche, sia pure con le sue ripercussioni esterne), il nuovo presidente americano continua ad agire da uomo d’affari, spregiudicato quale è sempre stato, lanciando guanti di sfida a destra e a manca. Ancora ignaro del fatto che i rapporti internazionali consistono in una sempre precaria tela di Penelope di azioni e reazioni, tessuta sulla lunga durata,

    La faccia feroce che continua ad ostentare nei confronti dell’irresponsabile nordcoreano Kim lo rende preda delle sue provocazioni. Ancor più improvvisata, al limite dell’avventatezza, è la decisione di spostare l’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Un gesto che parrebbe in contraddizione con l’ostentata sua propensione a rendersi ben accetto al mondo arabo, per il tramite dell’Arabia saudita.

    C’è chi vorrebbe vedervi una deliberata intenzione di ricorrere alla choc-terapia, allo scopo di scuotere le tante sclerosi che contraddistinguono la regione. Ne risulta comunque l’immissione di un ulteriore fattore di imprevedibilità in quelle già tanto intricate equazioni algebriche. I segnali si moltiplicano di un rimescolamento delle carte in Medioriente. Una serie di fattori di novità, per quanto eterogenei, ne stanno modificando i termini di riferimento.

    L’irruzione della Russia in Siria, con i suoi eterogenei compari iraniano e turco, collocatisi nel campo sciita; l’opposto schieramento americano in quello sunnita, con le accuse mosse a Teheran e la denuncia dell’Accordo nucleare iraniano; l’attivismo ostentato dal nuovo capofamiglia saudita, incoraggiato dalla Casa Bianca; il comportamento del libanese Hariri, teleguidato da Riad; le pressioni di tutti gli Stati arabi per una ricomposizione della frattura fra Autorità palestinese e Hamas; il riavvicinamento fra Israele ed Egitto in funzione anti-terroristica nel Sinai; sono i disparati segnali di possibili nuove dinamiche rivolte se non altro ad estrarre la regione dalla sua cronica catalessi.

    Se di deliberata strategia si trattasse, se ne potrebbe dedurre il proposito saudita, assecondato dall’America, di liberare il campo dalla questione palestinese, forzandone una soluzione, per giungere poi ad un ‘redde rationem’ con l’Iran, in quello che le ‘primavere arabe’ avevano fatto immaginare come un rinnovato ‘Grande Medioriente’.

    Che si tratti di una nuova versione degli eterni, complicati, locali giochi di ombre, oppure di una vera scossa di assestamento, è difficile per ora speculare. Ma entrare a gamba tesa, fare dell’America una parte in causa, invece che mantenerla come stimolo e garante esterno, non può che complicare il contenuto di quel vaso di Pandora. Rendendo fra l’altro ancor più difficile l’inserimento di un auspicabile maggior contributo, necessariamente ‘soft’, dell’Europa.

    Per quel che riguarda la nostra piccola Italia, è un bel bastone fra le ruote della progettata partenza del prossimo Giro!