• ‘Leadership’

    Dall’Inghilterra alla Germania (l’Italia?), l’immigrazione ha sconvolto gli esiti elettorali e gli schieramenti politici in tutta Europa. Mettendone a repentaglio l’assetto complessivo e la credibilità politica esterna.

    Dando origine a reazioni emotive, istintive, difensivamente nazionalistiche, che contraddicono, anche se non sempre rinnegano apertamente, i principi ispiratori, la ratio, del progetto europeo. Fra qualche giorno verranno finalmente poste le fondamenta istituzionali della “cooperazione strutturata permanente” prevista dal Trattato di Lisbona per consentire all‘Unione di avanzare a velocità differenziate, specie in materia di difesa comune. La credibilità esterna dell’Unione potrà avvantaggiarsene, purché però le opinioni pubbliche interne ne assecondino le prospettive. Ed è qui che l’asino rischia di cadere.

    Quel che fa difetto all’Unione è infatti la coesione di intenti nel perseguire il progetto integrativo comune. Gli elettorati occidentali (anche in America ormai) sono disorientati, confusi, anche perché i loro governanti hanno apparentemente rinunciato ad evocare il comune cammino da percorrere. Le imputazioni mosse a Bruxelles ne denunciano in realtà le insufficienze, altro che lo strapotere.

    Quando ve ne sarebbe più bisogno, in un mondo in transizione, dalle equazioni diventate algebriche, fitte di incognite e variabili, le élite, che cent’anni fa i nostri Pareto e Mosca invocavano come necessari contrappesi all’irruzione delle masse poi descritta da Ortega y Gasset e Canetti, sembrano essersi dileguate, intimorite, anch’esse confuse, a livello tanto nazionale quanto internazionale. Più che di un deficit democratico, è dunque di un’assenza di leadership che si deve parlare. Termine che soltanto la lingua inglese (squalificatisi quelli di Duce, Fuhrer, Caudillo) consiste nella capacità di fissare l’agenda, stabilire le priorità, mobilitare il consenso, formare coalizioni.

    In presenza di un diluvio di ‘fake news’ e ‘alternative facts’, dove tutti parlano e nessuno ascolta, dove ognuno crede di sapere tutto, si è perso il significato della competenza e della conseguente autorevolezza, in famiglia, nella scuola, nella società, in politica. Con una decomposizione della funzione della politica, che altri Stati, ai quali accordiamo l’accondiscendente epiteto di ‘democrazie illiberali’, dalla Russia alla Cina, dall’Egitto all’Ungheria, preoccupati da quel che accade in quelle liberali, preoccupate contrastano.

    Alla generale cacofonia, le élite economiche, politiche, accademiche, sociali, che si vorrebbero dirigenti, devono insomma decidersi a contrapporre una contro-narrativa che restituisca un qualche filo logico all’evoluzione delle cose di questo mondo, inedito ma non illeggibile. Per tornare ad imparare a leggere.

    In Europa, per il momento, soltanto Macron, sbarazzatosi da tante costrizioni politiche e mentali del passato, sembra deciso a sfidare le ormai anacronistiche vulgate, ad evocare gli anticorpi che possano immunizzare organismi politici apparentemente esausti. Lo scetticismo che accoglie le sue iniziative e proposte dimostra l’innovazione dei suoi propositi.

    Dal canto suo, perennemente divisa fra un futuro confuso e un passato che non si decide a passare, l’Italia, perennemente evanescente, rimane come suo solito a guardare.