• Nel Pacifico, un pesce fuor d’acqua

    [Alcune considerazione sullo stato dell’impero americano, al termine di un viaggio di tre settimane attraverso gli Stati Uniti, mentre il Presidente era in trasferta in Asia]

     “Il potere globale americano è in bilico”, titola l’Economist di questa settimana. Gli slogan con i quali Trump si è affermato, “Make America great again” e “America first”,  si stanno in effetti rivelando grottescamente contraddittori. Con effetti devastanti sulla reputazione e credibilità degli Stati Uniti nei confronti della generalità dei suoi interlocutori, grandi e piccoli, indistintamente.

    Il secondo periplo all’estero dell’inesperto, impulsivo Presidente della nazione propostasi finora come leader del ‘Mondo libero’ ha confermato la sua ignoranza delle situazioni e condizioni internazionali nelle quali è chiamato ad operare. La sua prima uscita sulla scena internazionale, si ricorderà, lo aveva condotto ad aizzare l’Arabia Saudita e ad irritare gli europei. In Estremo Oriente, si è esibito in retoriche, astratte, tutto sommato patetiche, ostentazioni di potenza militare ed intransigenza politica. In aperto contrasto con la mentalità dei suoi interlocutori, dalla ben diversa indole culturale e politica, inclini al dialogo e al compromesso, fra vicini gelosamente nazionalisti (esemplari sono state le reazioni impietrite dei parlamentari sud-coreani alla ‘faccia feroce’ ostentata dal loro ospite).

    In una regione che andrebbe esortata a dotarsi di un sistema di sicurezza collettiva, il neo-presidente americano ha apertamente rinnegato la ‘pazienza strategica’ e l’impianto commerciale multilaterale impostati dal suo predecessore, sul quale ha riversato la responsabilità per le criticità strategiche regionali ed i vantaggi economici conseguiti dai paesi di una regione genericamente ed astrattamente etichettata come ‘dell’indo-pacifico’ (l’altro vicinato dell’America). Esaltando invece i rapporti militari bilaterali con gli antichi alleati, che si trovano alle prese con situazioni ben diverse da quelle del passato; vantandosi del “predominio americano su mare, terra, aria e spazio”; enfatizzando la necessità di riequilibrare l’interscambio economico, persino mediante l’acquisto di materiale militare americano; esortando alla fermezza militare (“ottenere la pace con la forza”) un Giappone dalla Costituzione pacifista e una Corea del Sud che continua a puntare sul dialogo; trascurando di impegnare Pechino in un confronto di ordine strategico; rivolgendo frasi melense agli antichi nemici vietnamiti; proponendosi come “mediatore o arbitro” sulla questione del Mar Cinese meridionale; evitando di affrontare questioni di sostanza, interne ed internazionali, con l’ambiguo alleato filippino; (con Putin, infine, soltanto pacche sulle spalle): nei confronti di interlocutori stretti fra l’influenza economica di Pechino e la protezione militare di Washington, bisognosi di precise indicazioni se non di rassicurazioni, il presidente americano, più che sfuggente, ha finito col rivelarsi un pesce fuor d’acqua.

    Marginale è rimasta la questione nord-coreana che, in assenza del Trattato commerciale multilaterale TPP denunciato da Trump (che andrà comunque avanti), avrebbe dovuto essere uno dei principali comuni denominatori. Così come avrebbero potuto esserlo le riunioni multilaterali regionali dell’APEC e dell’ASEAN, occasioni che Trump ha invece ignorato. Lasciando il campo aperto alla Cina di Xi, appena affermatosi come padrone assoluto sul piano interno, e deciso ad affrontare bilateralmente i rapporti con i suoi vicini, secondo il più antico principio del ‘divide et impera’.

    Oggigiorno, la ‘leadership’ consiste nella capacità di fissare l’agenda, di influenzarne l’attuazione, di mobilitare il concorso degli altri, di connetterne il comportamento. Alla fine di quel che è stato ‘il Secolo americano’, vi è da chiedersi chi possa ancora fare affidamento, che si tratti di accodarvisi o di contrastarlo, sul ruolo americano nel mondo.

    ‘That is the question’.