• “America Great Again”, all’interno o verso l’estero?

    Se in politica interna il Presidente americano sta rassegnandosi a riconoscere che dovrà trovare un compromesso nel Congresso, con i Democratici non meno che con i suoi oppositori fra i Repubblicani, in politica estera, della quale è apparentemente totalmente ignaro, continua a comportarsi da gradasso.

    Con più di un paradosso. Eletto rocambolescamente dall’America profonda, esausta da decenni di sovraesposizione internazionale, il suo suo voler “make America great again!” ha finito infatti col rivolgersi al mondo esterno, non invece alle preoccupazioni di quella classe media che lo ha voluto, fatta di piccoli imprenditori, bottegai, agricoltori, allevatori, minatori, i cui termini di riferimento sono stati sconvolti dalla globalizzazione tecnologica e industriale. Che si aspettavano un nuovo ‘New deal’ e ai quali, dopo la retorica elettorale, non sa più che dire.

    Rivolgendosi alla politica estera invece che alla situazione interna della nazione, è come se si fosse reso conto, a posteriori, che quello è il settore in cui più nette sono le prerogative presidenziali. Il che lo induce ad affrontare, con autocratico decisionismo, questioni internazionali delle quali, per formazione e personale sensibilità, è però assolutamente digiuno.

    Decidendo di non ‘certificare’ l’osservanza iraniana dell’accordo nucleare, egli si dissocia dagli altri membri del Consiglio di Sicurezza (oltre che dalla UE e dalla Germania) con i quali il suo predecessore lo ha concluso (e che lo stesso Consiglio ha consacrato in un’apposita Risoluzione). Apertamente interessato a soddisfare le pretese di Israele e dell’Arabia saudita, finisce con l’esacerbare, invece che tentare di attenuare, le contrapposizioni che dilaniano da sempre il Medioriente, e di ricondurre Teheran nella comunità delle nazioni.

    Contrapponendosi inoltre frontalmente a Mosca, che all’accordo nucleare iraniano ha direttamente contribuito e che dell’Iran (e della Turchia) ha fatto l’alleato regionale, lascia ampi spazi all’antagonista che, riavvicinatosi platealmente a Riad, va svolgendo una politica apparentemente contradditoria ma ben più articolata nelle intenzioni strategiche.

    Risolvendosi a ritirare nuovamente l’America dall’UNESCO, anche in questo caso per compiacere Israele (lo aveva già fatto Reagan, ma in contrapposizione alla politica dell’allora Unione sovietica), dimostra l’avversione ai contesti istituzionali internazionali nei quali l’America dovrebbe semmai esercitare maggiore influenza.

    Erigendosi a giudice morale dei rapporti internazionale, utilizza infine una terminologia rivelatrice della ristrettezza dei suoi propositi. Commentando la liberazione di una famiglia di ostaggi in Afghanistan, la ha attribuita al fatto che il Pakistan, collaborando nell’operazione, ha finalmente “onorato i desideri americani’. L’Iran invece, ha detto, “non ha onorato” le intenzioni americane, cioè lo spirito, oltre alla lettera, dell’accordo.

    Una serie di indicazioni che denotano un’arrogante improvvisazione, una cecità strategica, invece che quel calcolato cinismo che all’America i suoi antagonisti e i suoi stessi alleati si erano finora abituati ad imputare.

    E ora? Nessuno, né fra gli antagonisti né fra gli alleati, parimenti esterrefatti, sa più come corrispondervi. Privi del punto di riferimento di quest’intero dopoguerra, dovremo ora tutti deciderci ad assumerci le nostre rispettive responsabilità.