• Gli Stati (dis)Uniti d’America

    “Vi è oggi nella nostra società –scriveva il giornalista televisivo americano Bill Moyers nel lontano 1990- una guerra civile, un conflitto fra due culture, ognuna legata a valori radicalmente diversi: gli avversari sono i profitti privati e le pubbliche responsabilità, l’ambizione personale e il bene della comunità, i termini di riferimento quantitativi e le preoccupazioni di ordine qualitativo… La gente viene trattata come consumatori da intrattenere, piuttosto che come cittadini da coinvolgere. Il che lascia presagire una catastrofica paralisi politica e sociale.”

    Correva l’anno dopo la caduta del Muro e l’America, dopo decenni di impegno patriottico in prima linea contro l’antagonista massimo sovietico, tirando un respiro di sollievo, riprendeva piena coscienza di sé, della propria identità originariamente diversa dal resto del mondo, che la prolungata esposizione internazionale aveva intaccato.

    La globalizzazione delle comunicazioni e della finanza, che l’America ha determinato, hanno d’altronde contribuito ad immergere quella nazione nel vasto mondo esterno, dal quale ha più volte, nell’immediato dopoguerra, dopo il Vietnam, tentato invano di ritrarsi. Il mondo le è entrato in casa; la stessa consistenza etnica della nazione si è man mano alterata (da tempo, a New York, non soltanto a Miami, gli annunci pubblicitari compaiono anche in spagnolo…).

    Trump rappresenta l’inesorabile risultato di tale mutazione genetica.

    Si dovrebbe argomentarne che l’America, contaminandosi, si è banalizzata. L’anima wasp (bianca, anglosassone e protestante) si è diluita nel mare magnum della globalizzazione. La ‘città luminosa sulla collina’ di Reagan si è appannata, non più isolata, protetta fra due oceani. Criticarne la trasformazione significa criticare noi stessi, nel Vecchio continente, che di quella nazione siamo indirettamente all’origine.

    Una ragione in più per pretendere che l’Europa assuma le sue specifiche responsabilità nel binomio occidentale.