• Terrorismo fai-da-te

    “Non ne abbiamo sconfitto l’idea, non l’abbiamo nemmeno compresa”, ha avuto occasione di dire il comandante delle operazioni americane contro l’ISIS in Irak.

    Da strutturato come Al Qaeda, o dalle ambizioni dichiaratamente statuali come l’ISIS, il terrorismo internazionale è diventato endemico, diffuso, inafferrabile come una epidemia. Invocato da ragazzi fuori di testa, esaltati come è normale alla loro età. Anche se non fino a questo punto.

    Alcuni affermano che, in presenza di stragi insensate, dobbiamo ostentare il nostro lutto, dichiararci vulnerati, invece di rimuoverne la memoria continuando nella nostra vita normale. Come se si trattasse ogni volta di fatalità senza senso, senza responsabilità precise, al pari degli incidenti stradali.

    Fatto sta, però, che dall’anarchia di un secolo fa alla decolonizzazione, alle Brigate rosse, ci siamo sempre affannati a spiegare, giustificare, tali atti di violenza ‘anti-sistema’, nobilitandone le ragioni. Affievolendo le nostre difese mentali e istituzionali. Ne raccogliamo ora le estreme conseguenze, non più razionalizzabili.

    Né si può contare, come facemmo durante gli ‘anni di piombo, sulla loro graduale erosione, rifiutando l’adozione di leggi di emergenza. Le nostre società liberali non lo consentono. Non di guerra comunque si può trattare, bensì di tutela dell’ordine pubblico, di una più rigorosa applicazione delle esistenti norme penali rispetto a quelle di diritto civile, che i terroristi nostrani violano da una sempre più tenera età.

    La libertà di espressione non può essere confusa con l’istigazione a delinquere. Né l’ostentazione identitaria significare il rifiuto dell’altro. La tolleranza che ci contraddistingue, ammoniva lo stesso Voltaire, non può convivere con l’intolleranza. Specie per coloro che da noi cercano accoglienza e benessere.

    L’immigrazione deve necessariamente andare di pari passo con l’integrazione. Non altrimenti si possono tollerare gli imponenti flussi di persone in cerca di migliori condizioni di vita. L’auto-isolamento di gruppi che covano risentimenti preconcetti e rifiutano l’assimilazione in società diverse ma pluraliste, costituisce un controsenso. Necessario è, non il riconoscimento di loro ‘enclave’ in un sistema multiculturale, bensì l’imposizione dell’uniformità pluralista delle norme che reggono la nostra civiltà. Insostenibile è comunque l’incontrollato afflusso da noi di un numero di immigrati irregolari dieci volte superiore a quelli che sbarcano in Grecia o Spagna.

    Queste cose vanno chiaramente dette e fatte, senza infingimenti, relativismi né buonismi di maniera. Ne va di mezzo l’integrità civica delle nostre società, con le incalcolabili ripercussioni in termini elettorali che già si manifestano ovunque in Europa, persino in America.

    Indispensabile rimane il coinvolgimento attivo delle loro comunità residenti e delle personalità politiche e religiose dei Paesi islamici, restie a denunciare gli atti di terrorismo che da noi, non da loro, attribuiscono a cosiddetti ‘cani sciolti’, perché disorientate, divise e in aperto conflitto militare, politico e religioso fra di loro. Il conflitto di civiltà è più che altro al loro stesso interno. Noi ne subiamo le conseguenze.