• Dibattiti surreali fra nuovi sonnambuli

    A Washington, si assiste alle evoluzioni di ‘un autobus  guidato dai Fratelli Marx’. Una metafora utilizzata in passato per descrivere le nostre faccende. In Italia, i propositi nei confronti della situazione libica ricordano le iperbole, controsensi, paradossi del Cappellaio Matto nel Paese delle meraviglie; sulla stessa questione dei cantieri di Saint Nazaire, siamo in piena Commedia dell’arte. In Corea, un giovane tiranno si diletta, ilare, nel minacciare nuclearmente New York. A ridosso dei Paesi baltici, un altro autocrate espone i propri attributi militari, proponendosi di impressionare un Occidente praticamente assopito.

    Un intreccio di fenomeni che un marziano potrebbe ritenere grotteschi. Schegge impazzite di una realtà frammentata, poco decifrabili da ogni punto di vista, che contraddicono la realtà di un mondo ormai interconnesso. Una situazione che ricorda quella di un secolo fa, quando il ‘Concerto d’Europa’ che aveva bene o male retto l’intero Ottocento andava frantumandosi sotto la pressione di una prima globalizzazione, industriale e commerciale. Che ci avviò, sonnambuli, alla prima e poi alla seconda catastrofe, anch’esse globali, contraddicendo la ‘pace democratica’ che Kant, razionalmente, aveva profetizzato.

    Nella beata incoscienza che continua a cullarla, improvvisamente priva dei fattori federativi esterni, europeo e atlantico, ai quali si è affidata in questo intero dopoguerra, l’Italia scalcia a destra e a manca per sfogare la frustrazione della propria irresolutezza. I confusi, tardivi progetti per affrontare lo ‘tsunami’ migratorio vengono conditi da sommarie, polverose accuse ad una ‘perfida Gallia’, che rievoca la ‘perfida Albione’ del Ventennio. Un vittimismo che non si presta a suscitare il rispetto e l’unità di propositi che andiamo per altri versi pretendendo da una nazione latina, afflitta dai nostri medesimi problemi.

    Anacronismi, illusioni, fantasie di una nazione che ha perso la lucidità necessaria per affrontare un mondo in radicale mutazione; una nazione che confonde influenza (da esercitare) e dignità (da conquistare).

    In politica estera, il ‘piede di casa’ ricorrentemente sbandierato da oltre un secolo, la riluttanza ad assumerci le responsabilità che ci competono, la nostra contrarietà di principio ad ogni iniziativa assertiva che sia priva dell’improbabile consenso dell’ONU, i sospetti e le accuse gratuite rivolte a coloro con i quali dovremmo invece coordinarci, continueranno a determinare la nostra dipendenza dalle decisioni altrui.