• Separati in casa

    In un’Europa in movimento, nella risistemazione del suo arredamento, rischiamo di trovarci fra due sedie, nel bel mezzo della divaricazione in corso fra il ritrovato decisionismo di alcuni e la sempre più ostentata neghittosità degli altri. Privati di quella solidarietà che tanto invochiamo dai nostri vicini più prossimi, francesi, tedeschi e austriaci, così come dai neo-sovranisti, da Varsavia a Budapest.

    Il nostro risentimento, con il “da quale pulpito” provengono “parole oltraggiose” e “consigli non richiesti”, a noi che “facciamo il nostro dovere”, non reggono al cospetto della realtà degli schieramenti che vanno delineandosi all’interno dell’Unione. Ben più pesante, quale la sovversione dei principi dello stato di diritto su cui si fonda l’Unione, è l’imputazione che dobbiamo saper rivolgere al ‘gruppo di Visegrad’ dei quattro mitteleuropei. I quali non hanno però tutti i torti quando pretendono un più rigoroso nostro controllo dei flussi migratori, dei quali vorremmo liberarci riversandoli anche su di loro.

    E’ come se non ci rendessimo conto che le solidarietà automatiche di una volta non scattano più; che anche gli altri hanno le loro preoccupazioni elettorali, rispetto alle quale ognuno deve commisurarsi. Che netta è ormai la distinzione fra i fondatori, fra i quali a Ventotene abbiamo detto di riconoscerci, e la coorte sovranista detta dei “tre Mari”, diretta dalla Polonia, che va dai Baltici alla Bulgaria, passando per l’Austria e la Croazia.

    Disorientati, i nostri dirigenti si limitano a lamentarsi, facendo timido affidamento sui mediterranei Francia e Spagna, ai quali ci accomunano l’esposizione geografica e la tradizione di accoglienza.  Ma che hanno anch’essi le loro specifiche esigenze e le relative carte da giocare, delle quali noi invece non sappiamo munirci. In un patetico rimpallo di responsabilità che potrà lenire il nostro onore ferito, ma non può bastare a tutelare i nostri interessi presenti e futuri.