• In alto mare

    Nel momento in cui i rapporti internazionali stanno perdendo i loro antichi connotati, è sconfortante constatare come l’Italia stia sciogliendo i suoi  antichi ormeggi. Rischiando la deriva in mare aperto, in compagnia degli immigrati clandestini ai quali spalanchiamo generosamente, irresponsabilmente, le porte.

    Gli Stati che per noi più che per altri hanno costituiscono i punti di riferimento  indispensabili, si stanno ritraendo, impegnati come sono nella riscoperta dei loro rispettivi ‘piede di casa’.

    Invece di contemplarci l’ombelico in defatiganti e sterili liti interne, dovremmo renderci conto che lo stato confusionale del nuovo Presidente americano ne riduce in pratica le prerogative, dilatatesi oltre misura in questo dopoguerra, rafforzando le competenze dei singoli Stati federati. L’Unione europea, con il riproporsi delle sue due velocità, ripropone il legame fra Francia e Germania, che stanno prendendo assieme maggiore coscienza di sé. Il Regno Unito, nonostante le sue beghe interne, torna ad essere convinto di poter far da sé. Mentre una tale serie di introversioni appare destinata a ritrovare i rispettivi interessi e identità nazionali (per loro si potrebbe quindi sperare che non tutto il male vien per nuocere), non altrettanto accade in Italia. Tutt’altro.

    L’eterna crisi migranti, con i suoi annessi e connessi, ripropone le opposte emozioni, rispettivamente positive, buoniste, e negative, xenofobe. Con i potenziali devastanti effetti anche elettorali, la cui pressione viene sfogata all’esterno. In un irresponsabile e controproducente coro di critiche, incoraggiato da esponenti governativi, rivolto a Bruxelles e a singoli Stati dell’Unione. L’ostentazione di pugni sul tavolo e altri sfoghi retorici non potrà certo compensare la nostra più che evidente incapacità, politica prima che operativa, di affrontare programmaticamente, coerentemente, la questione.

    Spagna e la Grecia non possono  assisterci, perché l’una è riuscita a disciplinare soddisfacentemente l’afflusso immigratorio con Marocco, Mauritania e Senegal, e l’altra ha un ben diverso pacchetto da negoziare con l’Unione. Ci troviamo pertanto isolati nel far valere le nostre considerazioni, che non possono consistere soltanto in generiche richieste di solidarietà, dovendosi invece tradurre in precise proposte per una più incisiva politica europea nei confronti del Mediterraneo e dell’Africa, della quale potremmo avvalerci anche per affermare una nostra immagine e influenza regionale.