• Un’isola alla deriva

    Un altro responso elettorale, si dovrebbe dire, che, come quelli austriaco, olandese, francese che l’hanno preceduto, si presta a molteplici, anche se diverse, letture. Che, per quanto deludente per chi aveva voluto forzare la mano all’elettorato, non consentono un giudizio conclusivo. Costituendo piuttosto una conferma delle nuove, complesse, contraddittorie, dinamiche politiche che percorrono l’Europa.

    Non di un altro referendum sulla Brexit si è trattato, ma di una contesa fra il conservatorismo di stampo britannico e un laburismo che, promettendo la luna, ha raccolto l’impeto populista che pervade anche quelle masse giovanili e operaie. Un risultato che, ancora una volta, ha dimostrato come l’elettorato sia diviso a metà. Nell’immutata contrapposizione fra i due tradizionali partiti di quel sistema uninominale. Un sistema costituzionale che, sostanzialmente, ha retto. Magra, ma non irrilevante, consolazione.

    La May non ha ottenuto quell’ampio mandato che si riprometteva per rafforzare la sua mano negoziale a Bruxelles. La sua mancata maggioranza non le consentirà di battervi i pugni sul tavolo, mentre il Parlamento potrà invece ora ostacolarne il cammino. Le rivendicazioni della sinistra la costringeranno comunque a concentrarsi sulla difficile quadratura del cerchio sul piano interno. Per ritrovare, si spera, le ineludibili interconnessioni fra esigenze nazionali e contesto internazionale.

    Il Regno Unito nel suo complesso dovrà pertanto adesso riconsiderare le conseguenze interne della progettata secessione dall’Unione europea. Quest’ultima potrebbe quindi riproporre la propria forza di attrazione, di coagulante esterno, anche nei confronti di altre società nazionali disorientate ma condizionate dai tanti nodi gordiani internazionali. Che soltanto una più determinata solidarietà europea può tentare di scogliere.