• Douce France!

    Dalla costola di un socialismo esausto, in Francia, è emerso un ‘homo oeconomicus’, di stirpe socratica. Un risultato elettorale che ha galvanizzato altri esponenti politici di nuova generazione, dai propositi ‘rottamatori’. Fra i quali, oltre al nostro capostipite, l’ancor più giovane austriaco Kurz, e persino, si direbbe, la non più giovanissima britannica May, mentre la germanica Merkel regge imperterrita.

    Nell’esagono transalpino, stiamo assistendo ad un audace tentativo di superare l’impianto bipartitico che, dai tempi di De Gaulle, ha retto la ‘République citoyenne’, fiera erede dell’Illuminismo. Un esito costruito di sana pianta e lucidamente pilotato, bisogna riconoscerlo, dalla riscossa di ‘poteri forti’ della finanza e dei media, coalizzatisi per evitare la deriva populista che investe l’orbe terracqueo.

    La stessa composizione della nuova squadra di governo dimostra l’intento di raccogliere e ricollegare le sparse membra tanto dei ‘socialisti’ quanto dei ‘repubblicani’. Non in una ‘terza via’ mediana, in quella formula ‘lib-lab’ già tentata e miseramente fallita altrove, bensì allo scopo non troppo recondito di creare una classe politica emancipata dai legami col passato, trasversale, auspicabilmente più adatta ai tempi.

    Nella scelta del suo Primo Ministro, Macron ha infatti subito scandalizzato tanto la sinistra quanto la destra, suscitando sospetti di voler dividere per imperare, mentre se ne dovrebbe trarre piuttosto la conferma della sua determinazione nel voler prescindere dai tradizionali schieramenti partitici. ‘Enarca’, passato attraverso il socialismo riformista di Rocard, approdato fra i gollisti, pupillo di Juppè del quale aveva sostenuto la candidatura alle primarie repubblicane, Edouard Philippe ne è l’espressione più lampante. Rivolta alle elezioni legislative del prossimo mese, dal quale Macron auspica che possa emergere una maggioranza parlamentare che gli consenta di disporre di una inedita ‘grande coalizione’, nei fatti se non nei numeri. Facendo, in altre parole, delle prossime elezioni lo stimolo per ripartire, e non soltanto la conta delle frustrazioni popolari che alimentano gli opposti estremi e che Macron ha detto di voler privare delle ragioni di risentimento delle quali si fanno interpreti.

    Per rifondare la nazione, Macron ha detto di volersi avvalere anche dell’Europa, da rifondare anch’essa. “Vaste programme!”, direbbe De Gaulle che mezzo secolo fa si dedicò all’analoga impresa di ricostituire quel contratto sociale di stampo rousseauiano del quale la Francia non può far a meno (un’eredità che i nostri ‘grillini’ usurpano). ‘Ministro dell’Europa e degli Affari Esteri’ è la nuova denominazione del titolare del Quai d’Orsay, il socialista Le Drian, già Ministro della Difesa di Hollande. Alla Difesa, quasi a controbilanciarlo, va l’eurodeputata liberale Sylvie Goulard, molto vicina agli ambienti economici italiani che, in un’intervista al Corriere, ha incluso nel progetto governativo “una grande agenda europea, consistente in una difesa comune e una gestione comune dell’economia estesa a sviluppo e crescita”; riconoscendo che “la Germania ha avuto un ruolo decisivo nel difendere la dignità comune dell’Europa”, e auspicando che l’Italia non si limiti a “battere i pugni sul tavolo, ma ritorni ad essere il paese più europeista di tutti”.

    I poteri forti in Italia, però, continuano a latitare, asserviti come sono da sempre ad un potere clientelare che annaspa ormai sempre più scandalosamente. Continuando a trastullarsi con AMA, TAV, TAP, Etruria, Italicum, sotto l’immarcescibile cappa di mafia e corruzione.

    “Questi francesi che credono di essere ancora francesi; e questi italiani sempre italiani, dalla mattina alla sera”, diceva Leo Longanesi nel 1955.