• Un Sultano senza impero

    L’ennesimo risultato referendario, ottenuto di misura, turba l’ordinata impostazione dei rapporti internazionali. Così come quelli, ugualmente di misura, del 2005 sulla Costituzione europea, dell’anno scorso su Brexit, del nostro dicembre scorso (per non parlare dell’elezione, dal sapore parimenti referendario, di Trump).

    In Turchia, il progetto di Ataturk che rigenerò la nazione, aprendole le porte dell’Occidente fino alla sua inclusione nel Consiglio d’Europa, nell’Alleanza atlantica, nell’OSCE, verrebbe spazzato via da una differenza di meno dell’uno per cento di voti. Spaccando una nazione che la geografia e la Storia vorrebbero invece ancora crocevia e perno nel riordinamento dei rapporti con il Vicino e Medio oriente.

    Una nazione che la caduta del Muro aveva infatti riproposto alla ribalta, come termine di riferimento politico e strategico tanto per i paesi, turcofoni, dell’Asia centrale, quanto poi per le “primavere arabe”, nella ricomposizione degli equilibri sconvolti della Mesopotamia. “Zero problemi con i vicini” aveva allora magnanimamente proclamato un leader ambizioso, travolto poi da pulsioni nazionaliste e populiste che lo hanno condotto ad asserragliarsi dal mondo circostante. Alle sue aspirazioni egemoniche regionali ha fatto velo il passato imperiale di un popolo non arabo, diversamente sunnita, sospettato per di più di connivenza con l’Iran sciita, Il suo rapporto con Mosca sulla questione siriana si è rivelato di mera facciata, per la persistente diversità delle rispettive posizioni nei confronti di Assad.

    Il nuovo Sultano potrebbe essersi cacciato in un vicolo cieco. Il diverso responso delle urne ad Istanbul, a Smirne, lungo una costa da millenni testimone di molteplici commerci e contaminazioni (oltre che nell’est, a prevalenza curda), rispetto all’interno anatolico, rurale e introverso, conferma una spaccatura fra città e campagna che renderà difficile l’esercizio di un regime presidenziale autocratico. Lo stesso Berlinguer, dopo il dramma di Allende in Cile, riconobbe apertamente che non si può governare con il 51% dei voti.

    Per il momento, si può più che altro prendere atto che i Dardanelli si sono allargati, che la Turchia di Erdogan ha risolutamente voltato le spalle alla presunta aspirazione di  ‘diventare europea’. Andando a far parte del problema mediorientale, invece che, come avevamo sperato, della sua soluzione. Vi sarà naturalmente ancora una volta chi sosterrà che la responsabilità di tutto ciò ricade sulle esitazioni dell’Unione europea nell’accogliere Ankara.

    Ma non è sulle spalle della povera Europa che si possono sempre far pesare le colpe di un mondo che, privo della tanto deprecata guida americana e in presenza della tanto condonata renitenza russa, sta andando fuori controllo.

     

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