• Il terrorismo, causa o pretesto?

    Nel 2003, preoccupata dalla piega che andavano prendendo gli eventi dopo il fatidico settembre di New York, l’ONU convocò una riunione con le Organizzazioni regionali, risoltasi con la raccomandazione che, nella lotta al terrorismo, il rispetto dei diritti umani non fosse sacrificato né pregiudicato. Una prescrizione logica, nella misura in cui bisognava evitare di cadere nella trappola ordita del terrorismo, consistente nell’indurre l’avversario, in particolate il mondo libero, a mettersi sul suo stesso piano. Si trattava invece, e si tratta ancora, di stimolare una rispondenza collettiva, rivolta al contenimento e alla prevenzione del fenomeno.

    Il terrorismo, tanto quello internazionale organizzato quanto quello interno, è diventato infatti un’arma a doppio taglio, suscitando le rispondenze contraddittorie si proponeva. Dopo il crollo delle Torri, per la prima e sinora unica volta nella sua storia, la NATO invocò l’Art V innescando i meccanismi di difesa collettiva. Donde poi l’inopportuna proclamazione di una ‘guerra al terrorismo’. Dal canto suo, la Russia ne approfittò per fornire assistenza logistica ai mezzi americani diretti in Afghanistan, avvalendosene come strumento per rivendicare un ritorno da protagonista nel sistema internazionale (in particolare ottenendo un seggio nel G7, diventato G8). Un risultato contingente, strumentale, poi rinnegato.

    Altri, come i Paesi arabi e poi la Turchia, vi hanno invece trovato il pretesto per consolidare i loro regimi autoritari, equiparando al terrorismo ogni forma di opposizione interna, anche politica, rispettivamente nei confronti dei ‘Fratelli musulmani’ e dei Curdi. Asserragliandosi, isolandosi dalla comunità internazionale, invece di ricorrervi per elaborare utili comuni forme di collaborazione.

    Il terrorismo internazionale, nelle sue molteplici forme, continua pertanto a sconvolgere l’ordinamento internazionale, incuneandosi negli spazi lasciati aperti dalla insistenza degli Stati nel rifiutare formule collaborative che comportino una diminuzione delle loro prerogative sovrane. Quando appena accaduto nella metropolitana di San Pietroburgo potrebbe ricordare a Mosca che il suo operato unilaterale, in Ucraina e Siria, può servire a promuovere la sua aspirazione a tornare fra i cosiddetti ‘grandi’, ma non la mette al riparo da fenomeni patologici che non rispettano alcuna frontiera nazionale.