• Per l’Europa, la fine dell’inizio?

    Finché tutto andava bene, protetti dall’Alleanza atlantica, prosperi nel Mercato comune, l’Europa ha vissuto in una beata incoscienza. Ora che le cose si complicano, con l’imperante globalizzazione, la Russia assertiva, l’America protezionista, la ‘bella addormentata’ deve fare i conti con se stessa, riappropriarsi della propria coscienza e delle proprie aspirazioni. Ritrovare in altre parole la propria collocazione in un mondo radicalmente cambiato, che non può fare a meno del contributo propositivo di chi, dopo aver fatto la Storia per secoli, appare oggi esausta.

    Non dell’inizio della fine si tratta però per l’Europa, bensì semmai della fine dell’inizio. Di quell’inizio di matrice economico-sociale, necessariamente tecnocratico, sviluppatosi ‘di soppiatto’, affidato ai burocrati della Commissione a Bruxelles, cui sessant’anni fa erano state affidate le fondamenta dell’impresa comune. Il cui esito politico, implicito anche se sottaciuto, l’evoluzione delle circostanze internazionali non consente più di procrastinare.

    A differenza di dieci anni fa quando la dichiarazione del Cinquantenario dei Trattati fu firmata, sempre a Roma, dai rappresentanti delle istituzioni comuni, questa volta sono stati i ventisette Capi di Stato o di Governo a sottoscrivere la “Dichiarazione sul futuro dell’Europa”. Provvedendo a ricordare (anche ai polacchi, oltre che al mondo esterno) gli scopi del cammino intrapreso e le ulteriori tappe da raggiungere. Prendendo pertanto un impegno politico, non più burocratico, di procedere oltre, “congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre nella medesima direzione”, verso lo stabilimento di politiche comuni in materia di sicurezza e difesa, bilancio ed economia, crescita e diritti sociali, commercio mondiale. Indicazioni programmatiche sulla direzione da prendere, in presenza di responsabilità che l’Europa nel suo insieme non può continuare ad evitare di assumere.

    Qui comincia pertanto l’avventura dell’Europa politica, necessariamente intergovernativa. Un cambio di passo affidato ai Governi, non più alla Commissione che, tutt’altro che esautorata, sarà chiamata ad assecondarli. Per potersi avvalere dell’indispensabile consenso democratico, anche a fini elettorali, i nostri governanti non possono continuare ad attribuire le loro deficienze all’Unione europea, o quanto meno a pretendere che Bruxelles le compensi, senza provvedere loro stessi a renderla più efficiente ed efficace.

    I nostri populisti anti-europei, nazionalisti, protezionisti, autarchici, continuano a pavoneggiarsi ai margini (Salvini persino provocatoriamente a Lampedusa), alla larga dalle marce che, a Roma, hanno coinvolto qualche migliaio di manifestanti, pro o contro l’Europa. Rispettivamente consapevoli o incuranti del fatto che, a differenza di altre nazioni, la nostra non può cullarsi nell’illusione di poter far a meno del collante europeo.

    Nelle medesime ore, il Pontefice, a Monza, radunava un milione di persone parimenti bisognose di rassicurazioni. Il giorno prima, ai Capi di Stato e di Governo resisi a rendergli omaggio, Papa Francesco aveva ricordato che “all’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili”.

    Per assicurarsi il consenso dei loro cittadini, apparentemente anche per loro sempre precario, persino Putin e il cinese Xi ricorrono anche ai tradizionali precetti spirituali di quei popoli. Nei suoi sistemi democratici, fra i dubbi dei suoi governanti e le certezze delle piazze, l’Europa non può aver smarrito i propri per strada.