• L’integrazione differenziata

    Sessanta. Un’età rispettabile, quella dell’Unione europea, specie per le tre generazioni che l’hanno vissuta. Eppure non sappiamo come definirne l’anniversario che sta per svolgersi a Roma: celebrazione è inopportunamente trionfalistico, commemorazione alquanto funereo.

    Si è lamentato molto il “deficit democratico” che la affliggerebbe, il distacco dai cittadini degli Stati membri. E’ pertanto da lì che bisogna partire, nel conseguire una più precisa pubblica consapevolezza del cammino percorso e di quello ancora da intraprendere. In una combinazione di ispirazione dall’alto e di stimoli dal basso, nella presa di coscienza che l’Unione ha bisogno degli Stati, tanto quanto questi ultimi, di questi tempi, non possono fare a meno di quella. Che l’Unione, in altre parole, non è sovranazionale, gravante sugli Stati, bensì “ultra-statuale” (come sostiene Sabino Cassese nel suo “Chi Governa il Mondo?”), in una propria dimensione, parallela, che non esautora gli Stati. Ma che essa difetta gravemente, in sequenza, della visibilità, credibilità, ed efficacia necessarie per influire sulla scena internazionale; che ciò richiede rispettivamente un più preciso senso di direzione e una più efficiente capacità decisionale, indispensabili per farne valere lo specifico valore aggiunto.

    L’Europa, lo sappiamo, non sarà mai più una potenza militare (in proposito, due catastrofiche guerre ci hanno vaccinato per sempre), ma non può nemmeno rimanere soltanto lo spazio del Mercato unico e di Schengen (per quanto preziosi). La sua specifica natura di “potenza civile”, collaborativa invece che antagonistica, può servire più che mai da matrice, lievito, di quell’internazionalismo liberale che tanti odierni “uomini forti” si accaniscono nello screditare.

    Vent’anni fa, l’allargamento dell’Unione a 25 e poi a 28 ne aveva sancito il raggiungimento della maggiore età politica. Contrariamente a quel che si sostiene, non accogliere gli appena emancipatisi fratelli dell’est avrebbe devastato la nostra ‘ragione sociale’. Dal canto suo, Brexit  ha liberato il campo dalle insulari ambiguità del Regno Unito.

    “Uniti nella diversità” è la condizione che contraddistingue da sempre l’Europa. Non dissimile da quella che, al loro interno, caratterizza l’Italia, la Germania federale, il Belgio, la Spagna, la Mitteleuropa. Non di ostacolo dunque ad una coesistenza diversificata sono le distinzioni fra le nostre sensibilità e aspirazioni politiche che, per potersi realizzare, devono semmai utilmente convergere. Le ‘cooperazioni strutturate rafforzate’ che il Vertice europeo di Roma dovrà decretare non contraddicono l’unità di assieme ma, come dice il relativo rapporto pubblicato dall’Istituto Affari Internazionali, “l’integrazione differenziata appartiene già al DNA dell’Unione: è lo strumento per salvare il progetto europeo dalla disintegrazione, che traccia la strada da percorrere secondo un metodo di integrazione già consolidato”.

    Riprendere il cammino comune a velocità differenziate è non soltanto una necessità, ma anche la logica continuazione della Storia europea, nel recupero della sua intrinseca forza cinetica.