• L’UE cambia marcia, non il veicolo

    Una nazione plurale (anche troppo), rigorosa (di matrice calvinista), tollerante e generosa, aperta con l’altro e gli altri ma esigente con sé stessa, non si è lasciata trascinare nel gorgo populista.  L’esito delle elezioni olandesi può quindi considerarsi incoraggiante, esemplare auspicabilmente per le altre consultazioni nazionali che scandiranno quest’anno già carico di tante incertezze.

    Parimenti significativo il tradizionale pellegrinaggio della Cancelliera tedesca al soglio imperiale americano. Nel gorgo di quel circo politico e mediatico (collocata persino gomito a gomito con l’ineffabile Ivanka), ha mantenuto la barra dell’Europa presentandosi, per quanto riluttantemente, in qualità di alfiere delle posizioni di coloro che all’America si considerano ancora associati.

    Nell’imminenza della commemorazione, fra qualche giorno a Roma, dei sessant’anni di vita in comune, l’Europa sembra quindi poter ancor far riferimento ad alcuni punti fermi. Indispensabili nel momento attuale, in particolare per poter ingranare quelle ‘due velocità’ che molti deplorano come segno di disgregazione, ma che vanno invece considerate necessarie all’Unione come fattore di credibilità politica oltre che di efficienza operativa.

    L’eterogeneità degli specifici interessi e delle aspettative dei Ventisette si è tradotta nella netta distinzione fra i potenziali produttori di un’Europa politicamente più integrata e i suoi meri consumatori. L’esigenza di un percorso parallelo più avanzato, a disposizione di quanti intendano ingranare una marcia intergovernativa più impegnativa del pilota automatico, essenzialmente burocratico, innestato sinora, si è pertanto imposta non come ennesima velleitaria architettura istituzionale, bensì come inderogabile necessità pratica.

    Nell’attuale momento internazionale, caratterizzato dai pronunciamenti intransigenti di tanti sedicenti ‘uomini forti’, l’Europa deve trovare il modo di definirsi e distinguersi più nettamente, riscoprendosi e riproponendosi tanto all’interno quanto verso l’esterno. Pur nella sua consolidata fisionomia di potenza ‘gentile’, come la definiva Padoa Schioppa, basata sull’attrazione invece che sull’imposizione dei suoi valori fondanti.

    Quello che non si può più giustificare è l’imbarazzato silenzio dei dirigenti politici al cospetto della cacofonia delle piazze.