• “La democrazia in America”?

    Se la democrazia non si può esportare, si direbbe che di questi tempi non si riesca nemmeno a coltivarla a casa propria. La ‘democrazia in America’, in particolare, tanto decantata da Tocqueville per rimettere ordine nelle conseguenze della Rivoluzione francese, ha subito un brutto colpo.

    Dichiaratamente sovversivo, il nuovo occupante della Casa Bianca e i suoi assistenti personali respingono con un semplice rovescio della mano quel sistema di ‘checks and balances’ sul quale, per oltre due secoli, quella società ha fatto affidamento, La stampa viene invitata a “chiudere il becco”; si nega che ai giudici spetti un’autorità che possa prevalere sulle prerogative presidenziali; non sindacabile viene dichiarato lo stato delle finanze del primo cittadino; irrilevanti vengono considerati i suoi macroscopici conflitti di interesse. E’ un incubo, dal quale si fatica a trovare la via d’uscita.

    Che vi siano già gli estremi per un suo ‘impeachment’, non vi può essere alcun dubbio. Trattasi però di una questione di ordine non giurisdizionale, bensì politico, giacché l’innesco della relativa procedura spetta al Congresso, a maggioranza repubblicana.

    Giuridicamente quell’ordine costituzionale di stampo anglo-sassone si fonda non, come da noi,  sul diritto positivo, codificato, bensì sulla ‘common law’, stabilita dalla consuetudine, dal precedente. Che, se non prescrivono, dovrebbero indurre ogni cittadino a conformarvisi. Nel rispetto della sostanza, ben oltre la forma, della democrazia.

    Trump non se ne cura. “Ho vinto. La maggioranza della gente la pensa come me”, si compiace nel dire, lanciando “twitter” come Giove la folgore. Incurante (ignaro?) delle sue supreme responsabilità, seppellisce il principio portante della democrazia: quello che consiste, diceva Tocqueville, non già nella dittatura della maggioranza ma nel rispetto della minoranza. Precisando comunque che “i giuristi sono la più potente garanzia contro gli eccessi della democrazia”.

    Contrariamente a quel che continuano a sostenere gli eterni ‘benpensanti’, non ci troviamo quindi in presenza di una diversa impostazione della politica interna o estera americana, bensì di un grave sovvertimento di quel sistema costituzionale. Che allontana l’America da sé stessa, oltre che dal mondo. Che tende ad accomunarla alla Russia di Putin, alla Turchia di Erdogan, che delle ricette autoritarie sentono forse il bisogno. Non l’America, che Trump irresponsabilmente, sostenendo di rappresentarne l’anima più autentica, divide.

    In tali condizioni, l’Europa, eterna ragazza da marito, ben educata (seppur immersa in compagnie alquanto sboccate), non può certo azzardarsi ad uscire di casa. Con o senza gli abiti nuovi che si appresta ad indossare il 25 marzo. In quel che avrebbe dovuto essere il suo ingresso in società.