• Si salvi chi può!

    Nell’immediato dopoguerra, il Segretario di Stato americano Acheson osservò sconsolato che “è dall’epoca della Riforma che l’Europa si è eclissata”. Settant’anni dopo, il candidato nuovo Rappresentante di Trump all’Unione europea afferma che il nuovo Presidente “non ama una organizzazione che è sovranazionale, non eletta, non democratica, nella quale i burocrati impazzano” (non si capisce bene perché vorrebbe venire a Bruxelles).

    Nell’imminenza del sessantesimo dei Trattati di Roma, un quarto di secolo dopo la caduta del Muro, quando il Maastricht le impresse una nuova direzione di marcia, sollecitata da una situazione internazionale apparentemente fuori controllo per il disordine mentale che pervade la Casa Bianca, andato ad aggravare l’esigenza di sfuggire al populismo centrifugo che la tallona dappresso, l’Europa deve tornare ad affrontare l’impresa, più volte dichiaratamente affermata, di volare alto.

    In assenza di un Regno Unito che ci volta le spalle, di una Francia in deliquescenza, è ancora una volta la Germania ad indicare la strada, avvalendosi di un assist dei paesi del Benelux (e l’Italia?). La Cancelliera Merkel ripropone un’Europa ‘a due velocità’ (più corretto sarebbe stato dire ‘ad intensità differenziate’). Lo aveva già fatto nel lontano 1994, fra Maastricht e il ‘big bang’ degli allargamenti ad est. Mentre Bruxelles proponeva alla Russia un ‘accordo di partenariato’, i parlamentari tedeschi Schaeuble (si, proprio lui) e Lamers proposero la costituzione di un ‘nucleo duro’ (Kerneuropa), che desse nuovo slancio al progetto integrativo dell’Unione, che l’improvvisa accelerazione della Storia stava mettendo a dura prova.

    Ci rendemmo tutti conto allora, ma Berlino fu l’unica ad osare dirlo apertamente, che le prospettive di inclusione degli Stati Est europei costringevano l’Europa a superare la fase adolescenziale, economicamente ricostituente ma politicamente irresponsabile, intrapresa su indicazione di Monnet dopo il fallimento della Comunità di difesa. Nell’improvvisa comparsa di circostanze favorevoli, si capì che dall’integrazione dell’Europa occidentale si sarebbe dovuti passare ad una re-integrazione dell’intero continente, alla ‘pan-Europa’. In altre parole, dalla Comunità del mercato unico e dell’imminente moneta unica, costruiti (necessariamente) da una tecnocrazia burocratica, il progetto europeo doveva (altrettanto necessariamente) cambiare passo, affrontando finalmente la raggiunta sua maggiore età politica.

    Più di vent’anni sono passati da allora, nella generale incuria di classi governative dedite alla gestione del presente piuttosto che all’invenzione de futuro. Con le molteplici conseguenze negative che l’irruenza di Trump ha rivelato, non determinato. Stiamo scoprendo che politica estera ed economia rispondono a meccanismi diversi. Che un’Europa maggiorenne non può affidarsi soltanto agli automatismi numerici dell’Eurogruppo (3%, 60%), dovendo ricorrere al metodo intergovernativo imposto dalle formule algebriche proprie della politica estera, oltre che dalla conduzione, anch’essa politica, di una diligenza a 28 cavalli. Le deliberazioni del Consiglio hanno così preso il sopravvento su quelle, comunitarie, della Commissione.

    Si tratta quindi essenzialmente di dotare i meccanismi decisionali di quel ‘differenziale’ che, nelle automobili, rende compatibili le diverse rivoluzioni delle due ruote trainanti. Trainanti appunto, in un progetto integrativo europeo diventato multiforme e complesso. Che deve tornare ad avvalersi della forza propulsiva di un ‘nucleo’ di nazioni convinte, nel loro stesso preminente interesse,  dell’urgenza di procedere verso integrazioni ‘rafforzate’ (non velocità differenziate, irrimediabilmente differenziate) che il Trattato di Lisbona già consente e dispone.

    Alla nostra mente torna l’esortazione di Robert Schuman, secondo il quale “l’Europa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Fra chi ci sta, ovviamente, oggi come allora. L’esigenza è ormai indiscutibile, ed urgente.

    La questione che rimane da risolvere è chi ci sta. In un anno per tutti elettorale, l’iniziativa della Merkel può rafforzare le sue quotazioni; la Francia rimane invece per ora sulle sue precarie posizioni ‘sovraniste; la Spagna attende gli eventi; altrettanto passivi si devono presumere i nuovi membri dell’est europeo, distratti, divisi e confusi. Non si dovrà provvedere a riforme istituzionali, bensì a specifiche assunzioni di responsabilità nazionali nel superiore interesse comune.

    Il momento è ancora una volta drammatico per l’Italia che, non potendo continuare ad avvalersi della scia degli altri, deve decidersi a tracciare il proprio futuro cammino. Evitando di trovarsi emarginata, nel tanto deprecato ‘Club Med’. L’Alto Rappresentante Mogherini e la Cancelliera Merkel hanno annunciato che in occasione della commemorazione dei Trattati di Roma, fra poco più di un mese, presenteranno le loro specifiche proposte. Il governo italiano non potrà limitarsi, in Campidoglio, ad offrire spumante e pasticcini.