• L’inutile ‘rapporto speciale’

    Nel 1953, Winston Churchill ottenne il premio Nobel per la letteratura per la sua ponderosa opera in quattro volumi sulla “Storia dei popoli di lingua inglese”. Anche se, aveva detto Oscar Wilde cinquant’anni prima, tra l’America e l’Inghilterra “tutto ci unisce, salvo la lingua”. Si direbbe che nel loro incontro a Washington, nonostante le circonlocuzioni interpretative dei rispettivi portavoce, Trump e May abbiano in effetti stentato a trovare un linguaggio comune.

    La ‘special relationship’ invocata da Churchill con Roosevelt durante la guerra, riproposta dalla Thatcher con Reagan in costanza della Guerra fredda, e poi da Blair con Bush Jr nei confronti dell’Irak, non pare possa riproporsi altrettanto efficacemente fra due nuovi leader che si ritirano rispettivamente nella Brexit e nella “America first”. Ci troviamo insomma in presenza di una strana coppia, che va ad aggiungersi a quelle fra Mosca e Ankara, fra Pechino e Mosca e, in prospettiva, fra Donald con Putin.

    Le difformità di impostazione su NATO, UE, Russia, commercio internazionale, sono emerse chiaramente. Risolutamente prudente lei, in mezzo al guado. Teatrale lui, sul pinnacolo del potere. Lei sa di camminare sulle uova; lui non si cura di farne una frittata. Nel voler rendere “di nuovo grande” l’America col rinnegare l’architettura istituzionale che ha sorretto tanto l’egemonia americana quanto l’insularità di Albione, Trump è diventato il maggior fattore di instabilità internazionale.

    Subito prima di lasciare la scena, Obama aveva esortato Londra a rimanere nell’Unione europea. Trump le volta le spalle, denigrando persino il ruolo europeo della Merkel. Con ciò l’America lascia cadere lo stendardo di leader del ‘mondo libero’ che nessun altro, da questa parte dell’Atlantico, è in grado di impugnare. Si direbbe che lo stesso Putin è rimasto interdetto al cospetto di cotanta disinvoltura. Poco si è saputo della telefonata di due giorni fa. Segno che non ne è emerso nulla di rivelatore sulle intenzioni dei due interlocutori.

    E l’Europa rimane ancora una volta in trepida attesa degli eventi. Il busto di Churchill tornato nello Studio Ovale è, per ora, più che altro uno spettatore (ostaggio?) delle improvvisazioni del suo nuovo occupante.