• Obama redivivo

    In America, dopo tante preoccupazioni di ordine interno, la politica estera ha ripreso possesso del proscenio rianimando, proprio in occasione della festa del ringraziamento (Thanksgiving), la coscienza nazionale. Dando apparentemente ragione a un Presidente che, accusato di indecisionismo, continua invece a puntare sui tempi lunghi necessari per far virare il bastimento della politica, tanto nazionale quanto internazionale. Si tratta, in ambedue i casi, di cambiare delle mentalita’ radicate che non corrispondono piu’ ai tempi.

    In politica estera, per il leader di quel che e’ ancora, checche’ se ne dica, il “mondo libero”, l’impegno e’ non di continuare a tirare le castagne dal fuoco degli altri, bensi’ di sollecitare una loro maggiore rispondenza alla stabilizzazione dei rapporti internazionali in condizioni radicalmente mutate. In Iran, Siria, Egitto, Afganistan, ma anche a Mosca e Pechino, e a Bruxelles, e’ alle loro forze politiche che spetta impegnarsi per rimediare ai vuoti lasciati da una possibile minor presenza americana.

    Questa e’ la sfida lanciata da Obama. Rispetto all’unilateralismo di Bush, la sua leadership riluttante ha cambiato le carte in tavola, per tutti. In tal senso, l’America, punto di riferimento per tutti, si propone oggi come potere rivoluzionario in un mondo paralizzato dalle dimensioni delle sfide da affrontare. La Russia alterna la sua forza di persuasione in Siria, in Iran, con la bruta intimidazione in Ucraina. La Cina sta per ora a guardare.

    L’Europa fa fatica a tenere il passo: la preminenza accordata a Lady Ashton a Ginevra non era che un gesto di cortesia, e di incoraggiamento.