• L’America, eterna imputata

     

    Ancora una volta, sulle due rive dell’Atlantico, l’Occidente, cristiano, filantropo, cosmopolita, vede la propria immagine riflessa in quel che accade altrove, e si interroga sulle proprie responsabilità. E riprende ad auto-flagellarsi. Quel che è peggio, l’Europa torna a riversare sull’America le accuse di aver molto peccato, in azioni ed omissioni. Dopo aver deprecato l’irruenza di Bush junior, rivolge ora i suoi strali al suo successore, accusandolo sommariamente di inconsistenza, indecisione, inefficienza, incompetenza.

    Anche in America, gli si rimprovera l’inconcludenza della proposta di ‘rimessa a zero’ indirizzata a Mosca (si trattava allora di Medvedev), dello spostamento dell’asse strategico verso l’Asia (con l’implicito ammonimento all’Europa), e ora (per lo sfiorire delle ‘primavere) della ‘mano tesa’ rivolta al mondo arabo al Cairo nel 2009. Iniziative giudicate tutte fallimentari, esitanti, ondeggianti. Mentre è la rispondenza degli interlocutori cui si rivolge che fa gravemente difetto, e che andrebbe additato. Il ritiro dall’Afghanistan e dall’Irak, tanto criticati nelle loro stesse intenzioni, avrebbero dovuto sollecitare la comunità internazionale a corrispondervi. Invece di rimanere sugli spalti a guardare e criticare.

    In Egitto, oggetto dei più recenti rimproveri, la passata non interferenza americana è diventata complicità con l’autoritarismo di Mubarak, le esortazioni a riformare (dai tempi di Condi Rice!) indebita esportazione della democrazia, la fiducia ai presunti islamisti moderati di Morsi, ingenuità. L’apparente distacco (anche in Siria) sembra piuttosto indicare che, proprio ad evitare le ennesime accuse di ingerenza, Washington abbia preferito affidarsi all’iniziativa dell’Arabia Saudita, contro la sovrastante minaccia iraniana. La propensione di Obama a ‘guidare dalle retrovie’, da dietro le quinte, rappresenta una impostazione strategica, non una indicazione di sopravvenuto disinteresse. Che andrà pertanto valutata nel tempo, in un quadro d’assieme, nell’attuale fase di riassestamento dello scacchiere mediorientale.

    La nazione che tutti, da Bruxelles a a Riad a Mosca, continuano a considerare indispensabile sta comunque riscoprendo la sua antica riluttanza ad impegnarsi all’estero. Churchill diceva che “gli Americani sono quello che sono, ma sono gli unici Americani che abbiamo”. Negli stessi anni, il nostro Barzini scriveva della “solitudine” dell’America. Più che astio, è indifferenza. E ignavia. Sarebbe invece giunto il momento di far sì che ognuno guardi allo specchio la trave nel proprio occhio. Come l’America di Obama ci chiede da tempo di fare.