• Egitto: la forza fa l’unione!

    Gli avvenimenti in Egitto mettono di nuovo l’Occidente di fronte alla propria coscienza. Che proietta, per l’ennesima volta, su una ben diversa realtà. Ma non avevamo detto che la democrazia non si esporta? Presto diremo che anche questa volta è colpa nostra, soprattutto degli USA, per quel che fanno o non fanno (persino il profetico discorso di Obama al Cairo è oggi oggetto di dileggio!). Per uscire dal dedalo, vediamo di tener presente qualche punto fermo.

    a) l’Egitto non è uno dei tanti stati arabi, costruiti di sana pianta con le macerie dell’impero ottomano: dalla storia millenaria, plurietnico e multireligioso, già nell’Ottocento Mehmet Alì lo aveva emancipato dalla Sublime Porta.; b) la rivolta popolare è esplosa per l’esaurirsi della capacità di sopportazione dei giovani e delle classi relativamente abbienti, non dai Fratelli musulmani, rimasti inizialmente dietro le quinte; c) l’avvento di Morsi è stato favorito da chi, anche non aderente alla ‘fratellanza’, contavane sulla capacità di aggregazione di un movimento dichiaratamente apolitico, assistenziale; d) il presidente eletto ha rinnegato l’iniziale sua dichiarata intenzione di aggregare le varie anime del Paese, che ha invece esasperato, monopolizzando il potere, alienandosi le classi dei giudici, dei professionisti laici, dell’Università teologica El Azhaar, e persino degli integristi salafiti; e) l’isolamento internazionale del suo governo si è concretato anche nel venir meno dell’appoggio, anche finanziario, del Qatar venuto a patti con la più prudente anche se più integralista Arabia Saudita; f) tradendo in definitiva la fiducia gli era stata affidato dalla maggioranza della popolazione; g) suscitando la generale insofferenza nei confronti dei novelli inconcludenti ‘sanculotti’.

             Non può pertanto sorprendere che, in attesa di una società civile che tarda a coagularsi, l’unica forza nazionale super partes dai tempi di Nasser, si sia trovata a dover riprendere le cose in mano (anche se, naturalmente, est modus in rebus). Le dimissioni di el Baradei, lungi dal diminuirne la legittimità, ne rafforzano la ‘neutralità’ politica. Per denunciare un colpo di Stato, non si può invocare l’esito elettorale: la democrazia, si sa, non consiste nella dittatura della maggioranza, bensì nella compartecipazione, nel rispetto delle minoranze politiche o altre. Le violenze moltiplicatesi contro i copti cristiani sono un sintomo ben più grave delle violenze fra le opposte fazioni politiche. Che indica il dilagare di una pulizia etnica di fatto in tutto il Medioriente, che del cosmopolitismo è invece stato il più antico crogiuolo.

             Donde le altre, altrettato machiavelliche, più generali considerazioni sul superiore interesse della comunità internazionale che l’Egitto torni al più presto ad assumere l’indispensabile suo ruolo di cerniera degli equilibri regionali. L’Occidente, dalla coscienza dilaniata e dalle responsabilità che gli vengono sempre e comunque attribuite, non può che stare a guardare, trepidando. E tentando di contenere le conseguenze di un fenomeno che va affrontato e risolto in base alle regole che nel mondo arabo manifestamente perdurano.