• Lo ‘spread’ nell’Italia post-berlusconiana

     

    La politica estera, la sua credibilità e incisività, non possono essere che la proiezione di quella interna. Una ovvietà che per noi pesa più immediatamente e seriamente negli ambiti europeo e transatlantico, dai quali tanto dipendiamo.

             La fine dell’era Berlusconi costituisce indubbiamente la rimozione di un coagulo che per tanti anni ha reso ancor più opaca ed incomprensibile all’estero la nostra fisionomia. Giacché non sono mutate le condizioni di fondo. L’istintiva simpatia che suscita l’italiano nel mondo, per la sua spensieratezza e creatività adolescenziale, retaggio dell’antico suo patrimonio culturale e artistico, non basta più.  Si va tramutando in irritazione ed impazienza per l’altra faccia della nostra medaglia, gli indici di irresolutezza e irresponsabilità. Indimenticabili le forzature caricaturali sulle copertine dell’Economist, del Point e dello Spiegel .

    Particolarmente devastanti si sono rivelate anche le ricorrenti strumentali prese di posizione anti-europee del PDL, che parevano rinnegare le nostre antiche convinzioni di stampo federalista. Per non parlare dei ‘giri di valzer’ con Putin. Alcune delle tante ambiguità che hanno arrecato grave nocumento alla nostra immagine internazionale, e all’influenza che ne consegue. Per una nazione che dai tempi di Cavour ha sempre, nel bene o nel male, operato nelle pieghe della politica altrui, il danno non è stato da poco.

    Il Presidente Letta ha rimesso le cose in chiaro. Il suo governo di larghe intese dà l’impressione di voler rimediare a decenni di ‘guerra civile’ latente (si dicono oggi finalmente tante cose finora inespresse). Ma la nazione deve dimostrare, a sé stessa prima che ai suoi interlocutori stranieri, e non sarà facile, di riuscire una buona volta a superare il proprio sempre più ambiguo e comunque ormai insostenibile bagaglio. Fatto di sterili interdizioni ideologiche, statalismo inefficiente, assistenzialismo, clientelismo, sindacalismo, regionalismo, mafia, debito pubblico e fiscalità alle stelle, oltre che (‘in autotutela’…) di corruzione e di evasione fiscale. E del conseguente inaridimento della politica attiva nel momento in cui, in Italia e all’estero, ve ne sarebbe maggior bisogno.

    L’esigenza di  ammodernare mentalità e strutture coinvolge oggi altre nazioni, non gravate però dai nostri cronici ritardi. L’allontanamento di colui che per due decenni è stato sommariamente presentato come l’ostacolo al rinnovamento nazionale costituirà forse la condizione necessaria, ma certo non sufficiente, per farci risalire la china. Lo stesso Presidente della Repubblica, sulle cui spalle nell’attuale fase di prolungata transizione ricade l’indispensabile compito di supplenza, ha detto (perché soltanto ora, al termine invece che all’inizio del suo prolungato settennato?) che il paese è “aspramente diviso e impotente a riformarsi”.

    Una situazione da affrontare senza ulteriori pretesti. Lo ‘spread’ di credibilità politica, molto più pesantemente di quello delle nostre condizioni economiche, continuerà altrimenti ad affliggerci.