• Quale primavera? Quale golpe?

    Quel che continua ad avvenire in Egitto suscita apprensioni e speranze, in un accavallarsi di analisi contraddittorie. Si è ancora in presenza del ‘potere dei senza potere’, che pretendono udienza dai ‘potenti’? O l’intrinseco ‘populismo’ ambiente costituisce l’ennesimo pretesto per lotte di potere, interne ed internazionali? Quanto persiste della presunta innovativa ‘primavera’, e quanto vi è di ‘restaurazione’ della tradizione politica locale? Dittatura dei democratici contro democrazia dei militari?

             Sulla situazione egiziana si innescano tanti fattori, alcuni dei quali endogeni come il precario rapporto fra secolarismo e fondamentalismo (e cioè fra città e campagne, fra vecchie e giovani generazioni); altri esterni, come la sottostante feroce lotta per l’egemonia fra sunniti e sciiti (e cioè fra Arabia Saudita ed Iran, ai quali la progressiva evanescenza dell’Egitto di Mubarak ha lasciato libero il campo). L’esito dei persistenti sommovimenti di Piazza Tahrir non sarà pertanto soltanto di esempio per le altre società arabe, ma avrà anche delle ripercussioni strategiche sull’intero medioriente allargato.

    Nel discettare se si tratti o meno di ‘golpe’, l’Occidente dimostra soprattutto la sua riluttanza a prendere posizione (smentendo implicitamente quanti continuano a vederne lo zampino sempre e dappertutto). Fondamentale è invece valutare non soltanto l’astratta legalità formale di quanto sta accadendo, quanto la sua legittimità, la sua conformità tanto alle esigenze reali di quella popolazione in subbuglio quanto a quelle di sicurezza e stabilità, altrettanto essenziali per la generale, tanto attesa, pace e prosperità regionale.

             Il governo Morsi è fallito perché ha rinnegato le speranze di chi, anche non ‘fratello’, lo aveva votato; perché ha condotto il paese sull’orlo della bancarotta economica; perché i suoi sponsor finanziari qatarini (e turchi) sono stati esautorati da quelli sauditi; perché molti dei suoi Ministri, delusi, si sono via via dimessi. Basti per il momento registrare che al fianco delle Forze Armate, che lo avevano ripetutamente sollecitato, si sono alla fine presentati al proscenio l’eterodosso el Baradei, l’autorevole Imam dell’Univerità coranica el Azhar, i copti, i rappresentanti dei redivivi socialisti e nasseriti, in una dimostrazione del pluralismo sociale e politico di quella antica nazione. Che Morsi ha tradito, screditandosi nei confronti della piazza che pur lo aveva invocato.

    L’Egitto si trova essenzialmente ancora in una fase costituente, premessa indispensabile per l’instaurazione di una gestione pluralista della cosa pubblica. La democrazia, è stato tante volte detto e scritto, non si può esportare (si esporta semmai da sé). Per lo stesso motivo non può costituire la premessa, bensì piuttosto l’esito, di un percorso politico e sociale necessariamente compartecipativo, inclusivo. Ignoto a certe società poco strutturate, di stampo arcaico; che devono però ormai fare i conti con la globalizzazione delle comunicazioni e dell’economia. In Egitto le Forze armate si sono proposte come elemento catalizzatore di un tale indirizzo.

    Malaparte, Carl Schmitt, più recentemente Luttwak, hanno diffusamente descritto gli ingredienti del ‘colpo di Stato’: rivolto alla conquista del potere, non a presentarsi come l’ago della bilancia. Un anno fa, al Cairo, si trattò di rivolta; la rivoluzione, nel senso di innovazione, potrebbe avere soltanto ora preso l’abbrivio.