• Siria e dintorni

    La questione siriana continua a tenere in scacco la diplomazia internazionale, in quel groviglio di interessi contrapposti che da secoli contraddistingue il Medio Oriente. Quella guerra per bande, camuffata da guerra civile, non può più essere lasciata al negoziato fra le parti ma richiede invece , al pari del conflitto israelo-palestinese, un più ampio coinvolgimento esterno, ben oltre l’ambito regionale. Fondamentalmente, si tratta infatti di salvaguardarvi quel tessuto interetnico ed interconfessionale che ha contraddistinto per secoli le rive del Mediterraneo. Un’impresa che deve pertanto potersi rivelare d’esempio per l’opera di ricomposizione dell’intero sistema internazionale.

    La Siria, come il contiguo Libano, costituisce infatti l’estremo residuo lembo di quel modello di civiltà mediterranea, eterogenea e feconda, che i millenni hanno sedimentato; e che è ora a rischio di irreparabile devastazione, stretta com’è nella tenaglia del conflitto settario sub-regionale fra sciiti e sunniti. Eppure, nel decennale delle operazioni in Irak e nella scia di quelle in Libia e Mali, critiche e perplessità accompagnano ancora una volta l’ipotesi di un intervento esterno, nonostante le indiscutibili “gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani fondamentali” che le Nazioni Unite pongono come estremo criterio di limitazione della sovranità nazionale. In presenza del crescente numero di ‘Stati falliti’, il dilemma deve consistere, non tanto nel ‘se’ ma piuttosto nel ‘perché, quando e come’ si può o si deve disporre un intervento militare a scopi, appunto, umanitari.

    In proposito, nonostante la loro natura non propriamente bellica, non vengono meno gli antichi criteri della ‘guerra giusta’ risalenti a Sant’Agostino e San Tommaso: quelli dell’estrema ratio, della retta intenzione, della legittima autorità e della proporzionalità. Il discrimine essenziale è quello del rischio di contagio esterno, di più estesa destabilizzazione regionale. In Siria come altrove è però indispensabile che vi sia lo spazio, politico oltre che territoriale, perché la comunità internazionale possa efficacemente interporsi. Tenendo comunque sempre presente la weberiana distinzione fra etica delle convinzioni e etica delle responsabilità, ad evitare i possibili, sempre incombenti, effetti controproducenti.

    Irrimediabilmente disintegrata, la Siria parrebbe non potersi ricomporre che mediante una incastellatura federale. A somiglianza di quanto avvenuto in Irak (e, a suo tempo, in Bosnia). Una formula che, per reggere, va estesa all’intero ‘grande Medioriente’. Con il necessario convergente coinvolgimento dei tanti attori esterni: emarginando quindi le ambizioni egemoniche dell’Iran sciita; contenendo quelle dell’Arabia Saudita e del Qatar sunniti; riattivando l’influenza di Egitto e Turchia; ‘tranquillizzando’ infine le preoccupazioni (anche di ordine interno) di Russia e Cina. In una serie di cerchi concentrici, all’esterno dei quali riproporre la solidarietà di Stati Uniti ed Europa, nella combinazione dei rispettivi incentivi e disincentivi strategici ed economici. Una chiamata a raccolta rivolta a ridurre l’intrico di equazioni locali, algebriche, piene di incognite e variabili. Premessa indispensabile per iniziare a ritessere la tela dei molteplici rapporti di interscambio e reciproca fertilizzazione nel ‘lago interno’ del nostro comune Mediterraneo.

    La Siria è diventato il nodo gordiano che aggroviglia ogni tentativo di risistemazione del Medio oriente: difficile da sciogliere, non può essere tagliato. La questione deve necessariamente coinvolgere l’intera comunità internazionale, con il concorso attivo dei paesi dell’area (e una più incisiva Lega Araba) e un atteggiamento più univoco e coerente dell’occidente transatlantico, che solleciti  più esplicite prese di posizione anche dai paesi emergenti che, raccolti nel BRICS, rivendicano una maggior visibilità globale e pretendono la corrispondente riforma del Consiglio di Sicurezza, ma devono ancora dimostrare di volersene assumere le relative responsabilità globali.