• Sui marò: chi è senza peccato…

    Le dimissioni del Ministro degli esteri Terzi hanno ulteriormente drammatizzato la questione, ma non chiarito i fatti né i relativi termini giuridici. Si ha come l’impressione che l’anno trascorso sia stato voluto sia a Roma che a Delhi, nel reciproco auspicio che le cose potessero gradualmente diluirsi col tempo. Non altrimenti può valutarsi la stessa decisione italiana di gestire la questione bilateralmente, senza coinvolgere la solidarietà politica ed istituzionale dell’UE o dell’ONU. Inutilmente. Più che piangere sul  tanto (troppo) latte versato, è giunto il momento di chiederci e chiedere ai vari protagonisti della faccenda, anche indiani, di rendere finalmente di pubblico dominio i termini della controversia.

    Esibire cioè le prove raccolte, documentando prima di tutto se i fatti imputati ai nostri due sottoufficiali si siano o meno svolti in acque internazionali; fissare la sede giurisdizionale indiana competente, che le autorità di Delhi hanno ripetutamente spostato; affermare comunque l’immunità funzionale dei militari imbarcati, giudicabili semmai in Italia; invocare le ragioni delle missioni antipirateria, sollecitate ed autorizzate da innumerevoli risoluzioni dell’ONU e della stessa UE (non si dimentichi la sua forza navale congiunta, “Operazione Atalanta”, al largo delle coste somale); ricorrere soprattutto alla Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del 1982, che disciplina il trattamento delle controversie, mettendo a disposizione un apposito tribunale con sede ad Amburgo, ed incoraggiando il ricorso a forme di arbitrato e conciliazione.

    Gli strumenti giuridici e diplomatici sono rimasti intatti. Da parte italiana, si è preferito finora non utilizzarli, fidando sulle nostre buone ragioni ed attendendo che il governo federale indiano risolvesse le sue questioni di politica interna con lo Stato del Kerala. Una grande nazione, quella indiana, la “più grande democrazia al mondo” si è spesso detto; che in quanto tale aspira (a differenza dell’Italia) ad un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Che non può consistere meramente nel riconoscimento di uno status, bensì comporta l’assunzione di responsabilità di respiro globale.

    Da parte nostra, non si può comunque riversare sul Ministero degli Esteri l’intera responsabilità della conduzione della vicenda, innescata da altri incauti comportamenti. Bisognerebbe ad esempio conoscere i termini precisi degli accordi intercorsi fra il Ministero della Difesa e gli armatori delle navi mercantili, ai sensi dell’altrettanto poco nota “legge La Russa” del luglio 2011, istitutiva del servizio antipirateria.